"Il calcio è un gioco d'azzardo Ma conosco i trucchi giusti"

Sir Alex: «Come il cambio negli ultimi 15'. Match perfetto? Il 7-1 alla Roma. CR7? Io e sua mamma l'abbiamo rapito»

"Il calcio è un gioco d'azzardo Ma conosco i trucchi giusti"

Sir Alex non ha l'aspetto di un pensionato, «ed in effetti ho tante cose da fare e ancora qualche anno davanti». Il 31 dicembre saranno 75, ma dall'agilità con cui svicola dai selfie e firma autografi sul suo libro (La mia vita), si capisce che non ha nessuna intenzione di mollare: «Mollare? Per tutta la vita ho insegnato ai miei giocatori che non lo si deve fare. Mai». Alex Ferguson, 27 anni sulla panchina del Manchester United e 38 trofei (tra cui 13 Premier League e 2 Champions League), ora tiene conferenze. A Milano, davanti ai manager schierati al World Business Forum, ha spiegato - da manager, appunto - il segreto del successo: «Semplicemente per me il successo è un'ossessione. Io ho sacrificato tutto per il successo e per il calcio: amici, interessi, famiglia. Ho perfino giocato il giorno del mio matrimonio. Per fortuna ho sposato una donna fantastica». La stessa che nel 2001 lo costrinse ad andare avanti: «Pensavo di ritirarmi. Un giorno stavo pulendo casa con lei, mia moglie mi ha guardato e mi ha detto: no, non farlo».

Così è proseguita la leggenda di un tecnico diventato l'immagine della squadra più famosa del mondo. La storia di un allenatore padre, amico, confidente e talvolta padrone. Famoso per «l'asciugacapelli», ovvero l'urlaccio in faccia a chi non seguiva il suo credo: «Sono stato un tipo impulsivo, ad inizio carriera mi arrabbiavo molto. Poi Jock Stein mi disse di aspettare il lunedì per parlare con i giocatori e così ho fatto: con l'età si impara... Comunque l'asciugacapelli è una leggenda: l'avrò fatto 4 o 5 volte in tutto. Con chi? Questo non lo dico». Così come leggenda resterà lo scarpino scagliato in faccia a David Beckham: «Lui e Giggs sono stati tra i più grandi e professionali che ho avuto, hanno fatto la storia del club».

Sir Alex racconta, spiega come si inventa un'impresa, che poi non è altro che saper creare un team facendo sentire tutti parte dell'Uno: «Quando arrivai a Manchester la prima cosa che feci fu comprare una mappa in edicola, per vedere dov'era lo stadio e cosa c'era intorno. Quante persone vivevano all'ombra dello United. Mi dissi che io ero responsabile di tutte quelle persone: di chi lavorava in società, dei giocatori, dei collaboratori, di tutte le loro famiglie. E dei tifosi, di quelli che soffrivano per noi. Ecco, il vero obbiettivo è quello: far sentire tutti partecipi di un progetto e sopportarne le conseguenze. Oggi più che ieri, perché i giocatori ormai sono delle star, delle aziende. La comunicazione dev'essere diretta. Nessuno si deve sentire scartato, anche quando va in panchina. Deve sapere che c'è sempre un domani. Una possibilità».

C'è sempre stata, così come dopo una vittoria ce n'è sempre stata un'altra. La prima arrivò nel 1990, nel 1999 ci fu l'anno perfetto, con il titolo in campionato, in FA Cup e in Champions League, in quella finale di Barcellona vinta contro il Bayern con due gol nei minuti di recupero. Mai mollare, solo studiare sempre: la propria squadra e l'avversario. «E vedo tecnici oggi che prendono appunti o si portano dietro l'iPad. Io ho sempre tenuto tutto a mente». Le vittorie e, soprattutto, le sconfitte, «perché il giocatore vero si vede quando si perde». Il modo di andare avanti con i successi, «perché compiacersi è il primo passo verso il fallimento. Io usavo molto raccontare storie: ricordo quando a Barthez spiegai il volo delle oche che viaggiano per 4000 chilometri per arrivare al traguardo. Lo spronai a proseguire nella ricerca del successo». Dell'ossessione.

E poi i giocatori più forti, «difficile dire il più forte, ma Ronaldo avevo capito subito quanto fosse straordinario: per portarlo a Manchester in pratica lo rapimmo dopo una partita in Portogallo con la complicità della madre. Era un fenomeno. Ed è un bravo ragazzo, sapete? Veniva ad allenarsi mentre suo padre stava male in ospedale a Londra e per andare a trovarlo mi chiedeva il permesso. Davanti a queste cose non c'è calcio che tenga, bisogna capire il momento». Solo così arrivano i risultati, «come quella volta contro la Roma, 7-1 per noi, sembrava una sinfonia». La partita perfetta. «Succede un paio di volte nella vita, l'altra fu un 3-1 contro l'Arsenal». E succede anche di sbagliare, «cedetti Stam alla Lazio perché non credevo che avrebbe recuperato da un infortunio. Capita, bisogna andare avanti. Il calcio in fondo è un gioco d'azzardo». Non sembra, a vedere la bacheca di Sir Alex, ma lui spiega che c'è un trucco: «I cambi negli ultimi 15 minuti: l'ho fatto spesso, cercavo sempre di fare gol. Come quel giorno a Barcellona contro il Bayern: mi presi un rischio, ho vinto». È diventato leggenda, non ha ancora smesso: «Ho un ufficio, una segretaria, un lavoro. Ho ancora tempo. E la vita in fondo è come il calcio: non sai mai cosa può succederti domani».

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