"Calcio, vergognati. E ora usa il buonsenso"

Roby Facchinetti: "Ho scritto Rinascerò, rinascerai coi camion militari sotto casa. L'Atalanta pensa di farne l'Inno? Sarebbe un onore"

Roby Facchinetti ha la voce, la sua potentissima voce, incrinata dall'emozione: «Qui non è una guerra, è molto di più: è come l'atomica su Hiroshima, l'ottanta per cento dei bergamaschi ha avuto o ha il coronavirus in questo momento». Facchinetti (classe 1944) è stato l'anima dei Pooh per oltre mezzo secolo. Vive a Bergamo da sempre e, in mezzo all'epidemia, ha scritto un brano che sta diventando l'inno di chi vuole vincere questa battaglia: Rinascerò, rinascerai. Il video con il personale dell'ospedale Giovanni XXIII cui andranno i proventi ha già oltre 8 milioni di visualizzazioni e nei prossimi giorni sono attese novità. Una di queste è che il presidente dell'Atalanta lo farà suonare prima di ogni partita della sua squadra: «Non è ufficiale, è qualcosa che lui mi ha detto, ma mi fa enormemente piacere», spiega l'anima dei Pooh.

Com'è nata questa canzone.

«Quando ho visto i carri militari che portavano via le salme a pochi metri da casa mia, ero sconvolto. Piangevo di rabbia. Ho detto a mia moglie: vado a suonare, la musica è la mia medicina migliore. Sono andato nel mio studiolo e lì, non so come, è arrivata questa musica. Ho chiamato subito Stefano D'Orazio (il batterista dei Pooh - ndr), gli ho chiesto se avesse voglia di scrivere le parole. Il titolo era già nella mia testa: Rinascerò, rinascerai. Lui ha vissuto tanti anni a Bergamo, ha tanti amici qui, è un bergamasco adottivo. Gli ho spiegato che mi sarebbe piaciuto fosse un urlo rabbioso. Dopo poche ore mi ha mandato questa poesia».

Il brano è stato pubblicato ed è subito piaciuto molto.

«Ho ricevuto tantissimi messaggi, tantissime prove di vicinanza. Mi ha colpito molto quello di una persona che mi ha scritto dall'ospedale dicendomi sono qui con il coronavirus e questa canzone è la migliore medicina».

Facchinetti, lei a Bergamo ha famiglia e amici.

«Ho perso tre parenti e un amico carissimo. Nel bar vicino a casa c'erano quattro anziani che si ritrovavano tutti i pomeriggi a giocare a carte. Nessuno di loro c'è più. Un mio amico ha salutato i suoi genitori mentre andavano via con l'ambulanza sapendo che molto probabilmente non li avrebbe più visti. Ed è stato proprio così. Lui oggi non sa neanche dove siano. Qui si muore da soli, invisibili, senza nessuno di fianco».

Perché dice che è peggio di una guerra?

«Perché in guerra suonava la sirena e si correva nei rifugi, dove ci si abbracciava, si piangeva, ci si emozionava insieme. Oggi i nostri rifugi sono le nostre case e non si può uscire perché Bergamo è un campo minato. In guerra i feriti non erano contagiosi, qui potenzialmente lo siamo tutti».

Dicono che stia scomparendo una intera generazione, quella che ha fatto il boom economico.

«Le eccellenze bergamasche, quelle che si sono fatte la gavetta e poi hanno costruito piccoli imperi che danno da vivere a migliaia di famiglie, non ci sono più. Quasi tutte sono state spazzate via dal virus. Sì è una generazione che se ne va».

E in tutto questo si discute di cosa debba fare il calcio.

«Ci sono squadre che hanno annunciato il taglio degli stipendi ed è un buon segnale, ma io credo che, per regolare la questione calcio, si debba fare riferimento soprattutto a una cosa».

Cosa?

«Il buon senso».

Una merce molto rara.

«Lo so io, lo sappiamo tutti che dietro il calcio ci sono interessi enormi. Ma questa è una situazione involontaria, imprevista, imprevedibile. E ciascuno dovrebbe fare la propria parte. In questi giorni ci sono famiglie che hanno già finito i soldi. C'è gente che è rimasta senza lavoro e ha figli da nutrire, mantenere, proteggere e si discute se fermare o no le partite o riprenderle il prima possibile. Ma vogliamo scherzare? Vergogniamoci».

È un momento di riflessione obbligatoria.

«Abbiamo tempo a disposizione che non abbiamo mai avuto. Possiamo fermarci e pensare. È l'occasione per dare o ridare la collocazione giusta alle cose della nostra vita. Approfittiamone. Se non succede vuol dire che neanche questa sciagura, neanche questa maledizione arrivata all'improvviso a toglierci la vita e la fantasia, è servita a qualcosa. Vuol dire che il coronavirus non sarà servito a nulla se non a farci del male. E noi come sempre non abbiamo capito un cazzo».

Nel mondo del calcio si dice che chi vuol finire il campionato di Serie A è perché spera di vincerlo. E chi lo vuole fermare spera di non retrocedere.

«Non ci sono scuse. E certe cose mi sembrano davvero incomprensibili. Per favore, ve lo dico qui dalla Bergamo devastata dal dolore, usiamo il buon senso. Usiamolo, per favore».

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