Camp Nou a porte chiuse, "jolly" Napoli

Così ha deciso il Barça per il virus. Ma è una triste occasione per Gattuso & C.

Sua Immensità, il Camp Nou, quando è vuoto è sempre meno vuoto di qualunque stadio vuoto, il cielo rimane un tetto di stelle e il brivido non si frena. Le sue tribune, le gradinate disegnano una magnifica fortezza. Diceva Pep Guardiola che novanta minuti al Camp Nou possono essere molto lunghi. A porte chiuse forse di più. Tutto questo proverà il Napoli, se mercoledì prossimo riuscirà a giocare il ritorno di Champions. Se le porte chiuse resteranno chiuse solo al pubblico e non, invece, al calcio, a sogni e sognatori che fa rima con suonatori: di quella musica elettrizzante che tutti riconosciamo quando vediamo una partita di football. Detto volutamente all'inglese.

Barcellona, il ricordo della maglia blaugrana di Maradona, un appuntamento che ricongiunge i grandi amori dei napoletani, il pallone non poteva sceneggiare una storia più romantica e attraente per la squadra di Gattuso. Ma ce la farà il Napoli ha vivere questo sogno che, poi, si tradurrà nel racconto di una partita tanto più difficile e meno romantica? Detto così l'effetto brivido rischia l'effetto tristezza: dopo essere passato indenne nel mitico Anfield Road, la tappa al Camp Nou rappresenta l'occasione irripetibile, per qualche giocatore l'attesa di una vita. Ma stavolta la realtà è più bizzarra del rimbalzo di un pallone.

L'incertezza è obbligata, il virus incombe, le misure drastiche pure. Josep Maria Bartomeu, il presidente del Barcellona, ha deciso che la sfida di ritorno si giocherà a porte chiuse. «Ci costa sei milioni di euro, ma la salute è più importante», ha sintetizzato con l'occhio economico ben sveglio. Però il sindacato dei giocatori spagnoli è andato oltre, sulla linea di quello italiano: il portavoce ha chiesto di evitare porte chiuse e di fermare l'attività di tutto il calcio iberico. La Afe, appunto il sindacato, ha spiegato che gli atleti tengono alla salute e che sfidarsi a porte chiuse non evita il rischio di contagio e svilisce il calcio. Ora bisognerà vedere se gli spagnoli usano due valutazioni differenti sul timore del contagio: ovvero se in Europa il rischio è meno rischio e dunque si può giocare. Come pare stiano pensando i calciatori del campionato italiano. Naturalmente il rischio è sempre rischio, ma finché l'Uefa non si sveglierà i club difficilmente prenderanno decisioni drastiche: ovvero il ritiro dalla competizione. Ne pagherebbero conseguenze non solo immediate. C'è sempre una deroga a salvare tutto: in Italia ha già provveduto il governo. Il Napoli ha sette giorni ancora per cullarsi nel sogno di una notte al Camp Nou. Forse le porte chiuse sono il minore dei danni. Eppoi c'è il campo: dove serve aprire le porte.

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