Dal campo alla scrivania. Paolo, la sostanza dell'essere Maldini

Il destino in un cognome: ha replicato il suo agire da calciatore in quello da dirigente

Dal campo alla scrivania. Paolo, la sostanza dell'essere Maldini

Il figlio di Cesare. Il papà di Daniel e Christian. Penso che sia il momento di finirla. Paolo Maldini e basta, campione calciatore, prima, dirigente di assoluto valore, dopo, la storia sua prosegue, senza mai ricorrere agli abbaglianti e alla propaganda. Un giorno, molto tempo fa, Beppe Bonetto, che ne curava gli interessi, mi disse che il ragazzo non soltanto avesse il destino nel cognome ma anche nella sostanza, con l'aggiunta della buona educazione e del rispetto. Il tempo lontano è diventato poi realtà forte, rare parole e fatti moltissimi in un club storico, in Italia, in Europa, nel mondo, la squadra dei GreNoLi e di Gianni Rivera, poi di Silvio Berlusconi, il football e la sua università.

Paolo Maldini si è laureato più volte, ha vinto l'impossibile da calciatore, ha atteso dietro le quinte che arrivasse il momento per confermare i titoli del campo, con il primo scudetto da dirigente. Non lo amarono quelli della curva, contestando addirittura, in modo ignorante e codardo, il passo d'addio. Non ho memorie di strilli paesani, di comportamenti provocatori, di quel repertorio, tipico e volgare, degli abitanti di questo mondo calcio, Paolo Maldini ha spesso scelto il silenzio che contiene molte parole e significati diversi. Sui prati di calcio imponeva la sua classe con l'eleganza dello stile, la sua corsa mai fu spettacolare ma soave così come il suo agire da dirigente, sostanza è il sostantivo che riassume la sua carriera e la sua esistenza potrei dire.

Non si è fatto travolgere dal ruolo, il senso del potere non gli appartiene, ha mangiato pane e football a cominciare dall'infanzia con quel padre che era e fu Cesare, ha capito dunque che una cosa è giocare da terzino, termine oscurato da un nuovo lessico, un'altra è sistemarsi a centrocampo, da dirigente, osservare il movimento dei colleghi, seguire quello degli avversari, fornire eventuali suggerimenti, mai perdere il comando, la fascia di capitano si può indossare anche dietro la scrivania, senza sbraitare in modo sguaiato. Così ha saputo fare, resistendo alle molestie dei mercanti, perché il Milan è una cosa seria e non un albergo a ore, chi lo ama ci resta, chi presume trattasi di stazione di passaggio può accomodarsi altrove, vedi alla voce Donnarumma, e non è stato certamente facile, controlla Kessie, verifica Calhanoglu, eppoi gli arbitri, eppoi i contrattempi tra infortuni di campo e traversie societarie, Paolo Maldini non ha mai smarrito il senso del rossonero, si è distinto per la civiltà e la buona conoscenza dei calciatori, quelli che avrebbero abbandonato casa Milan e quelli che, al contrario, si sono presentati, alcuni sconosciuti, giovani, stranieri però affascinati da quel ragazzo uomo dagli occhi belli.

Un'immagine serve da didascalia: qualche attimo prima di Milan-Real Madrid, il brasiliano Marcelo ha chiesto una fotografia accanto al suo sogno e ha postato il video con il titolo Leyendas!Idolo massimo, sono ancora nervoso. Grazie mille, Maestro. Chiamasi carisma, una virtù di pochi, Paolo Maldini ne ha i cassetti pieni ma non esibisce trionfi e medaglie, avrebbe ampiamente meritato due o tre Palloni d'oro, quando uno dei suoi attuali dipendenti calciatori controlla l'almanacco scopre 902 presenze in rossonero, non c'è altro da dire, proporre, aggiungere.

Eventuali paragoni ad altri dirigenti del passato, remoto e prossimo, non sono né utili, né intelligenti, Boniperti o Rivera, lo stesso Galliani, sono state figure di grandissima storia ma appartengono a un periodo irripetibile, perché datato in ogni senso. Eppure in questo feroce calcio di oggi Paolo Maldini conferma di avere conservato le qualità che lo avevano accompagnato nel football di ieri. Con il silenzio dell'agire, partendo da dietro, avanzando silenziosamente e poi, imprevedibilmente presentandosi nell'area rivale. Da vincitore. Aveva ragione Beppe Bonetto.

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