Coman, il ragazzino che batte ogni record Nelle ultimi otto stagioni ha vinto 8 scudetti

A 22 anni mai nessuno come lui. Il segreto? Dormire e la musica di Mable

Rischia di andare in apnea Kingsley Coman. Accade ogni volta che deve pronunciare parole con più di tredici lettere. Il tedesco è lingua aspra, tagliente, difficile da concepire per un ragazzo dalle abilità fisiche leggere e degne di un ballerino da tip tap. Eppure qualche giorno fa ha dovuto proferire Meisterschale, il quarto messo al sicuro in altrettanti campionati con la maglia del Bayern. L'ottavo della sua carriera nonostante le appena 22 primavere. Neppure George Best, altra pasta d'accordo, aveva saccheggiato così in abbondanza encomi a parità di candeline spente.

Coman non si sente un predestinato, semmai uno che è stato, a torto, relegato in un angolo nella feroce guerra di ricerca della sostanza del mito. Riservista sì, non certo riserva, soprattutto oggi che i bavaresi salutano i prestigiatori Ribery e Robben. Raccoglierne l'eredità è roba da far tremare i polsi, a meno di non affrontare l'esistenza sportiva con quel senso di sfacciata leggerezza che gli appartiene. La stampa teutonica ha coniato per Coman il soprannome di Robbery.

Crasi della tecnica dell'olandese e della fantasia del transalpino convertito all'Islam. «Io però sono Coman - ci tiene a sottolineare - loro due fenomeni. Sono cresciuto nel mito di Ronaldinho, come tanti altri ragazzi della mia generazione». Neppure il Gaucho però aveva vinto così tanto a 22 anni. Coman ha messo al sicuro 4 scudetti col Bayern, 2 con la Juve e altrettanti col Psg, senza trascurare altre otto coppe nazionali.

Difficile parlare di futuro, con un passato così sfavillante, per il ragazzo delle banlieues di Parigi con sangue esotico di Guadalupa. Eppure la strada che dovrà percorrere misura almeno una dozzina d'anni.

Decidendo nel frattempo cosa fare da grande. Il Bayern è l'auto su cui ha deciso di coprire parte delle prossime stagioni, «ma il calcio di oggi ha sempre meno certezze o solidi riferimenti». Il cruccio semmai è rappresentato dalla nazionale francese, dove gli inviti al banchetto dei campioni del mondo arrivano con il contagocce. Deschamps lo apprezza, lo segue e qualche volta lo chiama, come in occasione delle prossime sfide contro Bolivia, Turchia e Andorra dopo un'assenza di quasi due anni. Coman vorrebbe di più e molto dipenderà dal nuovo tecnico del Bayern: solo con le chiavi da dispensatore ufficiale di emozioni riuscirà a convincere il ct transalpino ad affidargli un posto stabile. Nell'attesa trascorre tutte le ore libere a dormire. «Non è pigrizia, ma il sonno mi regala un senso di protezione.

A volte dormo anche per 14 ore di fila. Male non fa. Anzi. Mi sento come un i-phone sotto carica». Anche se la vera carica arriva dalle canzoni di Mabel, sangue della Sierra Leone in un corpo da favola e in una voce che accarezza i sensi. «Da grande la sposerò - ammette soffocando a stento una risata - a volte me la porto in cuffia fino a pochi minuti dall'inizio della partita. È il mio talismano».

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