Era un giovedì, giovedì 20 febbraio 1986. Quel mattino, nello studio del commercialista Locatelli, interista di fede calcistica, a Milano, la delegazione di Fininvest, la holding di Silvio Berlusconi, firmò i documenti ufficiali per perfezionare l'acquisizione del Milan. L'operazione avvenne a fari spenti, senza una documentazione fotografica perché Berlusconi stesso e i suoi manager erano in partenza per Parigi, attesi dalla presentazione ufficiale della rete televisiva francese, La Cinq rimasta in vita fino al 1992. Qualche giorno prima, domenica 16 febbraio, la presenza fisica allo stadio di Como di Paolo Berlusconi e Adriano Galliani per assistere a Como-Milan (finì 1 a 1, gol di Borgonovo e Icardi), rappresentò la conferma solenne della trattativa ormai conclusa. 40 anni dopo per il mondo Milan, la data del 20 febbraio rappresenta una seconda data di nascita perché coincise con l'inizio di un ciclo di successi irripetibili. Di quel Milan, era capitano Franco Baresi, un talento straordinario allevato dal vivaio rossonero. A lui, attualmente vice-presidente onorario del club, reduce da un intervento chirurgico e dall'emozionante cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, abbiamo chiesto di raccontare il senso di quella magica avventura.
Caro Franco Baresi, innanzitutto come stai?
"Benino, dai. Ho ripreso a frequentare San Siro ed è già un bel passo avanti".
Che ricordo hai di quei giorni del febbraio 1986 che segnarono il passaggio del Milan da Farina a Silvio Berlusconi?
"A Milanello eravamo tutti ansiosi e curiosi di seguire le indiscrezioni per capire come sarebbe finita la trattativa. Silvio Berlusconi godeva già di una brillante fama di imprenditore di successo e, senza ancora conoscerlo personalmente, facevamo un tifo disperato per lui".
Quel Milan di Farina non se la passava certo bene...
"Eravamo in fondo a un tunnel, ecco come stavamo. E ricordo un particolare significativo. A quel tempo, quando la squadra era in viaggio per le trasferte del campionato, i cancelli di Milanello venivano aperti per ospitare feste di matrimonio o di prima comunione, così da raccattare qualche lira in più".
Ricordi il giorno della prima visita di Silvio Berlusconi a Milanello?
"Certo. Arrivò in elicottero in un mattino molto freddo, c'era la neve nei vialetti di Milanello. Lui si presentò in modo molto semplice e diretto. Utilizzò poche parole, puntò piuttosto a organizzare il lavoro servito per trasformare in pochi mesi la società in un club moderno. A noi calciatori portò in dono un calice d'argento Cartier".
Quando hai capito che sarebbe cambiata la vita tua e del Milan?
"Qualche mese dopo quando ci riunì, prima dell'avvento di Arrigo Sacchi scelto come allenatore, al castello di Pomerio. Nell'occasione ci diede la famosa mission: diventare la squadra più forte al mondo. Sulle prime quel traguardo così impegnativo venne salutato da un diffuso scetticismo anche perché la precedente stagione non si era conclusa con un risultato esaltante. Un anno dopo avevamo già lo scudetto sul petto. Non ho dovuto aspettare molto tempo per capire che sarei riuscito a trasformare in successi reali tutti i miei sogni".
Capitano, scegli la giornata simbolo di quella cavalcata suggestiva...
"Partirei dalla prima coppa dei Campioni alzata nel cielo di Barcellona, nel maggio '89, davanti a circa 80 mila milanisti, per passare nel giro di qualche mese al viaggio esotico in Giappone per la finale della coppa Intercontinentale. A Tokyo, dicembre del 1989, salimmo sul tetto del mondo e riuscimmo a dare un senso concreto al famoso discorso di Pomerio".
Per Silvio Berlusconi non eri soltanto il capitano di quel fenomenale Milan...
"Il nostro infatti è stato un rapporto avvolgente che non si è mai esaurito con il calcio perché sul piano umano si è arricchito quotidianamente di stima e affetto dimostrato in più occasioni con alcuni episodi che restano scolpiti nella mia memoria".
A cosa ti riferisci in particolare?
"Nell'edizione del Pallone d'oro 1989 io mi classificai al secondo posto (80 voti, ndr), dietro Marco Van Basten (119 voti) e davanti a Frank Rijkaard in un podio tutto milanista. In quella circostanza, il presidente Berlusconi mi regalò una versione originale del Pallone d'oro. Il secondo attestato avvenne alla fine della mia carriera calcistica".
Ti riferisci allo storico ritiro della maglia numero 6?
"Esatto. Avvenne nel 97/98 e nell'occasione ci fu anche una staffetta simbolica perché quel giorno consegnai la fascia di capitano, che avevo ricevuto da Gianni Rivera, a Paolo Maldini, figlio di Cesare già capitano della prima coppa dei Campioni rossonera nel 1963 a Wembley".
Il quesito che molti milanisti ti rivolgono quando ti incontrano oggi allo stadio o per strada è sempre lo stesso: torneranno quei trionfi?
"La mia risposta è molto sincera: sarà difficile ripetere quel ciclo di successi.
Ma c'è una spiegazione: il calcio nel frattempo è cambiato, le proprietà dei club storici italiani hanno cambiato assetto, la concorrenza europea si è arricchita di nuovi protagonisti, specie in Inghilterra. Eppure posso rassicurare tutti: il Milan resterà un club storico per bacheca e tradizione, e sta lavorando sodo per alzare la sua competitività".