Fuga in avanti del rugby: il campionato finisce qui. Adesso sotto a chi tocca

Niente scudetto, promozioni e retrocessioni Malagò: "Prematuro, ma non saranno gli unici"

Amara rivincita del campionato di rugby che esce dall'anonimato e finisce nei titoli dei giornali solo perché è il primo torneo di squadra ad arrendersi al coronavirus e a decretare chiusa la stagione 2019-20. Amara rivincita perché negli ultimi tempi, quando si assegna lo scudetto, i campioni d'Italia passano ormai quasi inosservati dalla grande stampa e dai media in generale, mentre oggi fa notizia il fatto che il tricolore 2020 non venga assegnato, fatto avvenuto solo nel '44 e nel '45 ovviamente per motivi bellici. E fa notizia soprattutto perché il rugby rompe il ghiaccio in un fronte dello sport italiano alle prese con calcoli sempre più complicati per proseguire l'attività e recuperare partite con l'ombra dell'isolamento sociale che si allunga sempre più verso l'estate.

I primi a chiedere questa resa sono stati i club veneti, guidati dal loro presidente regionale Marzio Innocenti, l'ex capitano della Nazionale al primo Mondiale, uomo, ma anche medico, con la testa sulle spalle che sta vivendo da vicino l'angoscia della sua gente, ma può farsi interprete anche delle altre regioni ad alta densità rugbistica che oggi sono stremate, la Lombardia e l'Emilia-Romagna. Rinviata ad ottobre la conclusione del Sei Nazioni, saltato il Mondiale Under 20 (che doveva svolgersi tra Parma, Viadana, Calvisano e Verona da fine giugno), non restava che questo ultimo doloroso passo. E il pressing di Innocenti sulla federazione ha avuto l'effetto di quello di Fontana sul Governo: il presidente Gavazzi ha preso la storica decisione dello stop. Niente scudetto, niente retrocessioni, niente promozioni, «per tutelare la salute e il futuro dei giocatori di rugby di ogni età e livello del nostro Paese, delle loro famiglie e delle loro comunità. E per mostrare come il rugby sia pronto a rispondere eticamente alle condizioni complessive del Paese». Insomma il 2019-20 passerà in archivio come una stagione fantasma.

La scelta, a dire il vero, non è piaciuta a tutti. Non è piaciuta in particolare al Rovigo che è in testa al campionato con buon margine su Reggio Emilia, Calvisano e Fiamme Oro, ma è vero anche manca praticamente tutto il girone di ritorno ed è impensabile assegnare lo scudetto con poco più di mezza stagione disputata.

E non è piaciuta molto nemmeno al Coni. Il presidente Malagò ne ha preso atto ma ha commentato: «Non sono contrario a quanto fatto dalla federugby. Magari non condivido il timing perché si poteva aspettare la scadenza dell'ordinanza il 3 aprile... Il ministro Spadafora ha detto che in precedenza era stato troppo ottimista sulla ripresa del campionato di calcio il 3 maggio. Secondo me si arriverà a quanto detto dal rugby in molti sport, non so se in tutti». Aspettando il calcio dei litigi e i suoi calcoli per giocare anche nel cuore dell'estate.

Il rugby, invece, ha chiuso tutto, rimane in sospeso solo il torneo europeo a cui partecipano Benetton e Zebre, ma in Italia l'appuntamento è per settembre. Si spera. Certo, il rugby non muove gli interessi economici di calcio o basket, ma le ripercussioni saranno pesanti sulle già modeste economie delle squadre dilettantistiche. Ricordiamoci che tra il mondo del Sei Nazioni e quello del campionato c'è un abisso. Sembrano quasi due sport diversi. Ma forse, per salvare molte società che vanno avanti con le quote delle giovanili e l'incasso dei bar, sarà bene che i soldi del Sei Nazioni questa volta vengano reinvestiti sui club. Ne va della sopravvivenza del piccolo mondo ovale.

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