Dallo stretto di Hormuz allo stretto di Los Angeles è un attimo. Chiedere informazione alla nazionale iraniana, sequestrata, nello scalo del KLAX al varco passaporti, ore per esaminare documenti, burocrazia esasperata ad aumentare il clima già alto di tensione, un primo atterraggio fallito, un secondo tentativo affannoso, l'attesa all'ufficio immigrazione, un controllo a sorpresa ha scoperto che l'attaccante Mehdi Torabi avrebbe esaurito il tempo del visto e, dunque, non avrebbe più accesso per la prossima partita, ancora a Los Angeles, contro il Belgio e ovviamente per quella successiva contro l'Egitto a Seattle. La squadra è stata poi accolta, all'albergo di Manhattan Beach, da un gruppo di manifestanti, la comunità iraniana in California conta 380mila persone e una zona stessa di Los Angeles è chiamata Tehrangeles. Fuori dallo stadio SoFi e durante la partita pareggiata 2 a 2 contro la Nuova Zelanda, altre manifestazioni di dissenso politico, fischi al momento dell'inno nazionale, canti e cori contrari, bandiere storiche con il leone e il sole, il vessillo, verde bianco e rosso è finito in tribunale per iniziativa dell'Institute for Voice of Liberty e di Sam Kermanian, un tifoso che contesta le norme della Fifa tese a vietare l'uso di stendardi e striscioni politici, il caso, discusso con procedura di urgenza, non ha cambiato la regola, la libertà di parola è importante ma non illimitata all'interno di una proprietà privata, secondo il giudice "ci potrebbero essere danni per circa 2.500 membri dello staff che devono occuparsi dei protocolli di sicurezza".
La stessa sicurezza, quella aeroportuale, ha obbligato la nazionale iraniana a rientrare a Tijuan, senza poter sostare e riposare per la notte a Los Angeles. La guerra sta per finire, la battaglia del mondiale sta per incominciare.