Addio Maradona, il giorno delle lacrime più amare: così finiscono il sogno e la giovinezza

Per un napoletano, è morta la spensieratezza, la sfida all’impossibile, la sfrontatezza, il sogno. Addio capitano...

Una telefonata da casa, dall’altra parte la voce di mio padre, inebetito, assente, come su un altro pianeta: “È morto Maradona”. E non hai fiato nemmeno per ribattere “Ti sarai sbagliato” “Avrai capito male”, “Ma quel Maradona?”, “Non è possibile”. Perché Dio, il destino o un’altra forza oscura e soprannaturale aveva deciso che questo 2020 doveva far versare le lacrime più amare all’umanità. Perché in questi minuti noi napoletani le stiamo versando, anche per riprenderci, per liberarci da un peso che ci sembra impossibile da sostenere. Perché non è morto solo un fratello, un padre, un amico, no. È morta la nostra giovinezza, la nostra spensieratezza, la nostra sfida all’impossibile, la nostra sfrontatezza, il nostro sogno. Già, perché ora che Diego Armando Maradona non c’è più (ma veramente?) ci sembra che i suoi 7 anni a Napoli siano stati il più bel sogno ad occhi aperti che potessimo sperare di vivere. Il sogno, che non è tanto, o almeno non solo, il trionfo dei due scudetti, della Coppa Uefa, della Supercoppa italiana con cinque gol alla Juventus. No, è il dribbling pazzesco, il cross fatto incrociando i piedi tra loro, la rovesciata in un fazzoletto di terra più piccolo di una mattonella, la palla posizionata prima di una punizione sulla sua zolla, e tu sapevi che nessun portiere l’avrebbe fermata quella palla. Si era presentato in un giorno caldo di luglio, un caldo napoletano, non afoso, il 5 luglio 1984, semplicemente palleggiando a centrocampo e poi scagliando la palla in aria, come a sfidare il cielo. Fu un allunaggio, in nessun’altra città al mondo l’impatto sarebbe stato lo stesso. Le nostre vite, il nostro essere napoletani (non definirci napoletani o atteggiarci a napoletani) furono stravolti per sempre. Perché quel numero 10 gigantesco, bianco come una luce accecante sulla maglia azzurra ci tolse la soggezione da sudditi spagnoli, il vivìr dispiriando, l’anelito alla sconfitta e la vergogna di vincere. Quando vedevamo l’Argentina in tv (o quando la vedemmo in quella sera strana della semifinale dei Mondiali 1990 proprio al San Paolo di Napoli, un’Italia-Argentina che resta scritta nel marmo della storia) ci sembrava naturale tifarla, perché era come se giocasse il Napoli.

I gol di Diego li vedremo e rivedremo a profusione in questi giorni, ma li conosciamo a memoria. In un momento in cui il cervello è investito da un maremoto di ricordi, sono i momenti apparentemente secondari quelli che salgono a galla: l’assist di testa a Ciro Ferrara nella magica notte di Stoccarda, quando Napoli si trasferì in Germania per mettere le mani sulla sua Coppa Uefa (17 maggio 1989), la chiamata della distanza regolamentare della barriera prima della punizione che stese la Juventus (3 novembre 1985), l’ingresso in campo contro la Fiorentina con la barba incolta e le scarpe appese alla spalla (17 settembre 1989), le lacrime dopo la sconfitta contro i tedeschi nella finale dei Mondiali in Italia (8 luglio 1990), il palleggio di testa con un pallone che si era chissà come bucato in un Torino-Napoli (27 marzo 1988), il passaggio per mandare in gol Careca in mezzo a un esercito di difensori del Bayern Monaco (5 aprile 1989), l’abbraccio pieno d’affetto con il fratello Hugo Maradona suo avversario in Napoli-Ascoli (20 settembre 1987), lo sguardo guascone con il portiere della Roma Cervone che cerca inutilmente d’innervosirlo prima della inesorabile sentenza su calcio di rigore (18 febbraio 1990). Piangiamo perché ora davvero consegniamo all’album dei ricordi più dolci e struggenti lo stadio San Paolo pieno, noi tutti a cantare “Sai perché mi batte il corazòn, ho visto Maradona, ho visto Maradona, eh! Mammà, innamorato son!”, la festa infinita per il primo scudetto, quel 10 sulla maglia grande come il sole, quell’epoca spensierata in cui il futuro sembrava a portata di mano e molte vite sembravano possibili e meravigliose.

“Barrilete cosmico”, aquilone cosmico, come lo chiamò il cronista Vicotr Hugo Morales quando Diego mise a sedere mezza nazionale inglese portiere compreso e andò a depositare in porta il pallone del secolo, lavando l’onta argentina subita alle Malvinas proprio dal Regno Unito solo quattro anni prima. Era il 22 giugno 1986. Ora che l’aquilone è volato in cielo per un volo infinito, ne siamo certi. Diego è il capitano della squadra più bella, nel più grande e meraviglioso dei campi, con il migliore degli allenatori… Addio, capitano.

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