L'uomo invisibile dietro la storia di Fede

Federica fuoriclasse e figlia d'arte di mamma Quario E di un papà rimasto sempre nell'ombra. Ninna lo racconta

L'uomo invisibile dietro la storia di Fede

Ciao Daniele. Vogliamo chiarire una volta per tutte che oltre alla mamma (io) giornalista ed ex atleta e al fratello (Davide) da tre anni la sua ombra, Federica Brignone ha anche un padre, «l'uomo invisibile», come qualcuno ti ha definito?

«Sì eccomi qua. Sono nato a Savona, fra pochi giorni saranno sessant'anni, da Renzo e Giuseppina. Mio papà, reduce della Russia, sciava e faceva gare con Zeno Colò, era anche bravo. Mi ha trasmesso la passione e mi ha insegnato a sciare sui monti savonesi andando su e giù a piedi».

Dal mare alla montagna, quando il grande passo?

«Ero già maestro di sci e studiavo ingegneria a Genova. Un giorno sono tornato a casa e ho detto ai miei che non era quella la vita che volevo. Così mi sono trasferito in montagna a fare quello che mi piaceva. Lavoravo sulla neve anche in estate e a Tignes, nel luglio 1988, ci fu un incontro fatale».

Se non ricordo male a 3000 metri sulla terrazza di un rifugio.

«Già, noi due unici fuori visto che faceva un freddo cane e tirava un gran vento. Ma in quello andavamo d'accordo: odiavamo l'affollamento e il chiuso».

Vero, sarà anche per quello che Federica è diventata una sciatrice?

«Mah, lei in realtà è nata in una giornata torrida, due anni esatti dopo. A Milano, dove per fortuna abbiamo vissuto poco. Sarebbe stata dura visto che la mia professione era di maestro e allenatore di sci. Ci siamo trasferiti in Valle d'Aosta quando Fede aveva sei anni, Davide tre».

Ricordi i tempi di Milano, quando io lavoravo e tu, che in settimana eri più libero, la facevi giocare al Parco Solari?

«Mi divertivo a inventare giochi sempre diversi e infatti avevo dietro, oltre a lei, tutti i bambini della zona. Non ho mai pensato di costruire un'atleta, ma volevo che sviluppasse tutte le capacità motorie possibili, divertendosi. Fede già allora spiccava sugli altri bambini, in giostra li faceva stare male e sullo scivolo era una bomba».

Quando hai capito che era brava anche sugli sci?

«Già da piccolissima la sua sciata era molto naturale, io allenavo i bambini dello sci club Courmayeur (per due inverni anche lei) e rispetto agli altri Fede aveva doti di equilibrio e passione fuori del comune. Senza parlare dello spirito di competizione: odiava perdere anche a carte».

Momenti indimenticabili?

«Una vittoria in slalom a 12 anni ai campionati regionali: c'era la nebbia, non si vedeva nulla, le altre scendendo facevano rumore toccando i pali. Quando c'è stata lei in pista silenzio totale, credevo fosse uscita. Invece tagliò il traguardo con il miglior tempo: non aveva toccato nemmeno un palo. A livello nazionale però non spiccava, solo fra i 14 e i 15 anni fece il salto di qualità e vinse il titolo italiano in superG. Da lì bruciò le tappe fino a diventare la numero uno italiana e mondiale fra le coetanee: per me non fu una sorpresa, vedendola sciare in allenamento capivo che andava veramente forte».

C'era però qualcuno che frenava i tuoi entusiasmi

«Mi sentivo spesso dire: Guarda che non hai la Compagnoni».

E in effetti Federica è Federica. Quale a tuo avviso la sua dote migliore?

«La sensibilità, che a volte può essere un freno, perché se non ha il giusto feeling con la neve e gli attrezzi non riesce a ignorare le cattive sensazioni e quindi esprimere tutte le sue capacità. Questa dote però le permette di creare velocità a inizio curva come nessun'altra».

In che modo la segui adesso?

«Da padre tifoso e consigliere tecnico tramite Davide, suo fratello, che le sta sempre vicino. Con lui mi confronto spessissimo al telefono».

Perché non vieni mai alle gare?

«Per due motivi: il primo è perché devo lavorare e il secondo per non morire di infarto».

Ma non soffri anche davanti alla televisione?

«A casa o in pista, dove lavoro sempre nei fine settimana, riesco almeno a distrarmi. Ricordo che c'ero a Sölden, in occasione della sua prima vittoria nell'ottobre 2015, e l'attesa fra una manche e l'altra fu un incubo. Quando finalmente lei tagliò il traguardo, esultai in mezzo agli austriaci che mi presero per pazzo, poi fecero due più due (Fede mi assomiglia parecchio) e mi sommersero di alcolici. Arrivò Davide a salvarmi, sono quasi astemio».

Dove può arrivare Federica?

«Lo vedremo presto».

In cosa ti esalta?

«Sa essere sempre se stessa, una ragazza normale, ed emoziona con la sua sciata unica».

Dopo essere stato per anni il signor Quario, adesso sei diventato il papà della Brignone!

«Almeno sono tornato al mio cognome e in ogni caso sono veramente orgoglioso di essere il papà di due ragazzi eccezionali».

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