Messi in cassa integrazione. Barça, Atletico ed Espanyol chiedono soldi per Leo & C.

I blaugrana aprono il fronte. Ma è cortocircuito: i catalani indipendentisti vogliono aiuti da Madrid

Dalla «Desconnexió» al corto circuito. Il Barcellona rischia di uscire con le ossa rotte, soprattutto a livello d'immagine, dopo il braccio di ferro in corso tra club e giocatori sul taglio degli stipendi in emergenza Covid-19. La scorsa settimana sembrava fosse stato raggiungo un accordo per il taglio del 30% degli emolumenti per i mesi di aprile, maggio e giugno. Bartomeu, presidente dei catalani, ha cambiato le carte in tavola, chiedendo a Messi e compagni di tagliare il 70%. Il Barça non sta incassando più denaro, soprattutto da quella che era la miniera d'oro del merchandising, da qui la decisione di chiedere un "sacrificio" alle sue stelle. Purtroppo la squadra non ha accettato e i vertici del club hanno invocato l'accesso al sistema Erte, la cassa integrazione straordinaria. Uno strumento che prevede, in estrema istanza, il pagamento degli stipendi con la compartecipazione dello Stato, che si assume l'onere di versare fino al 50% del denaro. Messi, Piqué e Busquets, i senatori del gruppo, vedono nell'Erte uno strumento possibile, ma così facendo si stanno tirando addosso le critiche dei tifosi di tutta la Spagna non Catalana e non solo.

Sulla vicenda il governo di Sanchez non ha preso una posizione ufficiale, anche se il ministro del Tesoro Nadia Calvino, ha spiegato ieri che «il primo passo in piena crisi sarà quello di assistere e assicurare liquidità alle classi sociali più deboli e colpite della Spagna», di fatto chiudendo la porta a eventuali capricci dei calciatori della Liga. Cifre alla mano, il Barcellona dovrebbe versare ai suoi tesserati per le tre prossime mensilità l'ammontare di 168 milioni di euro. Con la cassa integrazione lo stato potrebbe farsi carico fino al 50% degli emolumenti, 10 milioni per il solo Leo Messi.

I tifosi si indignano, bollando la truppa azulgrana con l'epiteto di «bambini viziati». Gli economisti spagnoli, e non solo, fanno notare come sia quantomeno singolare che la Catalunya, che da anni invoca la separazione dalla Spagna, non perda tempo a bussare alla porta della Moncloa chiedendo denaro. Fino a poco tempo fa il leader Puigdemont aveva definito Madrid «pesetera», oggi, per questioni economiche, passa sopra a qualsiasi ideologia, gettando ai rovi battaglie e coerenza. In Spagna ricordano ancora il gesto di Piqué, che in occasione della sfida con l'Albania scese in campo con la maglietta della nazionale priva dei bordini con i colori della bandiera iberica.

Il Barcellona non è l'unico club che tenta la strada dell'Erte. Atletico Madrid ed Espanyol ieri hanno annunciato di voler aderire all'espediente di regolazione temporanea dell'impiego. Modalità e decurtazioni verranno definite nei prossimi giorni, anche se prende strada la possibilità di un taglio netto dei pagamenti (anche fino all'80%), per consentire ai dipendenti dei club (esclusi i calciatori) di essere regolarmente retribuiti. Al momento Real Madrid, Eibar e Athletic Bilbao (con bilanci in forte attivo) sono le uniche società non intenzionate ad aderire alla cassa integrazione.

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Commenti

Cheyenne

Sab, 28/03/2020 - 11:14

CHE SCHIFO