La Milano del pallone ribaltata dal virus

Cinque mesi e un lockdown dopo, la Milano del pallone si ribalta. Chi l'avrebbe mai detto? Ai primi di marzo l'Inter credeva ancora nello scudetto, nonostante la sconfitta in casa della Juve, mentre il Milan arrancava tra mille difficoltà culminate nell'incredibile ko interno con il Genoa. Ma soprattutto i due club erano agli antipodi in fatto di tranquillità di panchine e scenari societari. Da una parte Antonio Conte saldamente al comando, appena accontentato da una campagna acquisti invernale che aveva assecondato ogni sua pretesa, con Zhang e Marotta certi di aver trovato quel condottiero carico di carisma e di gloria bianconera, azzurra e blue Chelsea, che avrebbe potuto riportare rapidamente l'Inter ai vertici. Dall'altra invece un club squassato da polemiche e incomprensioni che dividono addirittura i vertici della società: Maldini e Boban da una parte, Gazidis dall'altra. Con al centro dei dissapori il futuro di una panchina traballante su cui sedeva un allenatore precario, praticamente già scaricato, in attesa di una rivoluzione tecnica tutta da scoprire, affidata all'allenatore- manager- factotum tedesco Ralf Rangnick. Passata la clausura, messa sotto controllo la pandemia, ripreso il campionato a porte chiuse, si è aperto un altro scenario. L'Inter è arrivata sì a un punto dalla Juve, ma sperperando una grande occasione, gettando punti pesantissimi in casa con Sassuolo, Bologna e Fiorentina. Ma soprattutto ha già fatto le spese, dopo un solo anno, del lato B di Antonio Conte, quello che l'ha sempre visto andare sopra le righe in tutte le realtà in cui ha lavorato. Gettando di nuovo il club nei tormenti della panchina, della scelta tra confermare il bizzoso leccese o esplorare strade nuove. Il Milan, trascinato da Ibra e rimodellato da Pioli, si è scoperto invece miglior squadra del post lockdown (30 punti su 36 disponibili), riconquistando l'Europa ma soprattutto scoprendo il futuro in casa e riponendo nel cassetto la rivoluzione Rangnick. Con la coraggiosa conferma di Pioli, il normal one che non ha mai alzato i toni e attaccato la società, nemmeno quando ne avrebbe avuto pieno diritto. Ogni tanto paga più la sobrietà dell'arroganza.

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