È morto Dupasquier. Ma l'urlo di dolore è un minuto di silenzio

Jason non ce l'ha fatta. Bagnaia rivela: "Non volevo correre". Petrucci: "Non mi sento pulito"

È morto Dupasquier. Ma l'urlo di dolore è un minuto di silenzio

Domenica ore 10.40. Le moto sfrecciano dai box e vanno a schierarsi sulla griglia di partenza del Gran Premio d'Italia classe Moto3 al Mugello. L'atmosfera è surreale. L'azzurro del cielo e il verde delle colline toscane non riescono a stemperare la tensione. Le due caselle vuote di Jason Dupasquier e Ryusei Yamanaka sono vuote. Lo show deve andare avanti, ma il team CarXspert PrustelGP ha deciso di non correre. Il loro pilota sta lottando tra la vita e la morte. Le notizie che arrivano dall'ospedale di Firenze non sono incoraggianti. Il ragazzo è stato operato durante la notte al torace per frenare un'emorragia, ma a preoccupare fin da subito sono state le conseguenze del trauma cranico conseguente all'incidente di sabato quando in qualifica il 19enne svizzero aveva perso il controllo della sua KTM all'uscita della Arrabbiata 2 e cadendo sull'asfalto era stato travolto da Ayumu Sasaki e Jeremy Alcoba.

La situazione è apparsa molto grave sin dall'inizio. Oltre 20 unità mediche del circuito sono intervenute immediatamente ed il soccorso in pista è durato 25 minuti. Una volta ripristinati i parametri vitali, Dupasquier è stato stabilizzato ed elitrasportato al Policlinico di Careggi.

Domenica ore 11. Pronti via. I piloti abbassano la visiera, cercando di scacciare i demoni della paura mentre i colleghi assistono alla partenza dal muretto box in una sorta di rituale collettivo, una famiglia smarrita che si riscopre fragile. Nessuno ne parla per scongiurare il peggio, ma la dinamica dell'incidente ricorda la tragedia di Marco Simoncelli, caduto e poi travolto da Valentino Rossi e Colin Edwards.

Alle 12.05 la triste notizia. Jason Dupasquier non ce l'ha fatta. A comunicarlo la FIM e la Dorna. «Morte encefalica in seguito alle gravi lesioni cerebrali». Sul podio non si festeggia e Dennis Foggia, il vincitore viene avvertito dal team: «Sono partito con la speranza nel cuore. Adesso è un momento triste».

La famiglia della MotoGP si ferma: un minuto di silenzio prima del via. Solo alla fine parlano i protagonisti. «È stato difficile ritrovare la concentrazione», racconta il vincitore Fabio Quartararo, «per 24 volte alla curva 9 il mio pensiero è andato a Jason. Sono partito con un solo obiettivo: vincere per lui». «Ero scosso. La mia caduta non ha importanza», fa eco Bagnaia che poi rivela: «Ho detto alla Ducati che non volevo correre, se fosse stato un pilota di MotoGP non l'avremmo fatto. Poi è il nostro lavoro...». Duro Petrucci: «Nessuno si è chiesto se avesse senso correre. Dal lato umano non mi sento molto pulito». Rossi è combattuto: «Ti chiedi se ha senso continuare e fare la gara. Secondo me no, ma anche non correre non avrebbe avuto senso perché quello che facciamo oggi non può cambiare cosa è successo ieri».

Figlio d'arte, sulla scia di papà Phillipe, pilota di motocross, Jason aveva cominciato a correre all'età di cinque anni sullo sterrato. Passato alla velocità nel 2015 come il suo idolo, il campione 125 Thomas Luthi suo connazionale, Jason si era poi trasferito in Spagna per allenarsi ogni giorno con una moto diversa. Nel 2017 si era aggiudicato la North European Cup e lo stesso anno aveva iniziato a correre nel Cev Mondiale jr e trampolino di lancio per la MotoGp Rookies Cup (2019) e il Mondiale dove era approdato nel 2020. Dopo il 7° posto a Jerez, Jason sognava in grande. Voleva diventare Campione del Mondo.

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