Il neoacquisto non arriva... È al fronte

Haroyan, capitano dell'Armenia, era atteso da un club greco. Poi l'annuncio

Attacco, difesa, artiglieria pesante, assalto. Ancora oggi il lessico sportivo prende in prestito parole e aggettivi dagli scenari di guerra, ma nonostante il terzo millennio l'eco della guerra continua ad arrivare fino allo sport. Ne sa qualcosa il difensore armeno Varazdat Haroyan, liberatosi dal contratto con i russi dell'Ural Yekaterinburg e in procinto di accasarsi ai greci del Larissa, in massima divisione ellenica. Sembrava tutto fatto, nero su bianco, poi la trattativa è saltata per via del recente conflitto scoppiato nel Nagorno-Karabakh e Haroyan si è dovuto recare non più in terra greca bensì al fronte nel Caucaso Meridionale, dove l'enclave della discordia ha portato allo scontro armato Azerbaigian e Armenia.

Il Larissa attendeva il suo arrivo, ma le tracce di Haroyan (a un passo dalla prima grande esperienza europea dopo i tornei in Russia e Iran) si sono perse per alcuni giorni finché non è riuscito ad avvisare il suo agente dal campo di battaglia. I greci sono rimasti increduli e a mani vuote. «Sono stati mobilitati tutti i cittadini armeni sotto i 40 anni - ha dichiarato sconsolato il procuratore, Alexis Kouyias - Haroyan è già in zona di guerra, dovrà restarci fino al cessate il fuoco e non ha avuto possibilità di scegliere». I greci del Larissa hanno confermato, l'agente ha scritto alla società parole significative: «Sono tempi difficili per l'Armenia, non sappiamo cosa accadrà domani. Haroyan sta combattendo una battaglia che speriamo finisca al più presto».

Una situazione simile riguardò anche l'iracheno Ali Adnan, che prima di vestire le maglie di Udinese e Atalanta nel 2014 tornò in patria per difendere il Paese contro l'avanzata dell'Isis. Gli altri commilitoni lo accolsero tra gioia e stupore, con carrellata di selfie fatta di elmetti, tenuta militare e giubbotti antiproiettile. Dopo la guerra Adnan è approdato in Friuli, diventando il primo iracheno della Serie A. Per qualcun altro l'esercito è rimasto un obbligo anche fuori dai tempi bellici, come dimostra il caso del sudcoreano Son-Heung Min del Tottenham, diplomatosi qualche mese fa con la leva obbligatoria in Corea del Sud per le tensioni mai sopite con l'altra Corea, quella del Nord. Son ha dovuto salutare Mourinho, ma ha portato a termine la missione con voti eccelsi, hanno confermato i marines sudcoreani. La storia narra anche del rifiuto più blasonato, quello di Muhammad Ali nell'aprile del 67. Niente guerra in Vietnam e parole iconiche: «La coscienza non mi permette di sparare ad altri con la pelle più scura, a gente povera e affamata per la grande e potente America. Come posso sparare a loro? Allora portatemi in galera». Obiezione di coscienza, vostro onore.

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