Il nostro nuoto va a Fondo. E Greg cavalca l'onda

Nuova vita agonistica: stanotte per Paltrinieri il debutto iridato nella 10 km con vista Tokyo

Quando scatta l'attrazione fatale, si è travolti da un'onda di emozioni e di sensazioni a cui è difficile sottrarsi. Lo sa bene Rachele Bruni da Firenze, anni 28 e un sorriso grande così dopo aver vinto la medaglia di bronzo nella 10 km di fondo, primo metallo della spedizione azzurra a Gwangju, in Corea del Sud, sede dei Campionati mondiali di nuoto. È una medaglia che vale doppio quella conquistata dalla vice campionessa olimpica in carica di specialità, perché le garantisce anche il pass olimpico per Tokyo 2020. «La inseguivo da tanto tempo, dal 2011, questa medaglia, ma questo - racconta una raggiante Bruni - voglio che sia solo l'inizio. Il prossimo anno, infatti, me la voglio giocare fino in fondo e l'obiettivo sarà l'oro olimpico». Non ci sono dubbi: Rachele Bruni è una ragazza che ha le idee piuttosto chiare per il futuro.

Come limpidi e chiari sono sempre stati gli intenti e gli obiettivi di Gregorio Paltrinieri. Il carpigiano, come ha dichiarato a più riprese, in Giappone sogna di coronare l'accoppiata d'oro 1500-10 km, riuscita soltanto al tunisino Oussama Mellouli, sebbene in due edizioni distinte dei Giochi Olimpici (2008-2012). Questa notte Greg farà il suo primo, vero, debutto nel nuoto in acque libere in una grande rassegna internazionale. Qui troverà tanti avversari agguerriti, a partire dal tedesco Florian Wellbrock, campione d'Europa in carica dei 1500, che a Glasgow detronizzò il re Gregorio, addirittura 3° dietro pure all'ucraino Romanchuk. Il temibilissimo Wellbrock è uno dei tanti atleti della piscina che come Paltrinieri ha accettato la sfida del nuoto in acque libere, entrato nel programma olimpico soltanto undici anni fa. Una disciplina che, pian piano, è diventata una valvola di sfogo per chi è abituato a macinare chilometri tra le corsie. È un po' come se la piscina, l'arena del nuoto per eccellenza, cominciasse a diventare sempre più piccola, quasi un ambiente opprimente. Si spiega, in parte, così la scelta di alcuni big di girare il timone delle sensazioni e navigare verso il mare aperto.

Ma sono anche altri i motivi per cui molti atleti delle piscine virano sul nuoto in acque aperte: innanzitutto, molte gare di fondo vengono disputate nei grandi bacini o nei laghi artificiali, dunque su dei percorsi che sembrano oramai enormi piscine a cielo aperto. Sono finiti i tempi in cui i caimani pionieri dovevano affrontare la potenza delle correnti oceaniche, resistere alle temperature glaciali o evitare le meduse. Come nell'edizione di Fukuoka 2001, quando Viola Valli, al termine della 25 km vinta, raccontò di aver dovuto «scansare tronchi di bambù e le reti dei pescatori».

Si è persa quella imprevedibilità, quel brivido dell'ignoto che solo il mare, sempre mutevole, sempre diverso, sa dare. Adesso, i millecinquecentisti si adattano più facilmente. E questo fa sì che il gap con i fondisti specialisti si assottigli sempre di più. È questa la speranza del Paltrinieri 2.0. Ora alla prova della verità.

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