Leggi il settimanale

"Oggi la marcia è un hobby. Penso al calcio in serie B"

La nuova vita del campione tormentato Alex Schwazer: "La squalifica? Ho lottato per la verità. Los Angeles '28 capitolo chiuso"

"Oggi la marcia è un hobby. Penso al calcio in serie B"

Da bandito a blandito. Da ripudiato a ricercato. La nuova vita di Alex Schwazer parte da lontano e arriva nei pressi di casa, a pochi chilometri. Oggi, più di ieri, è sempre di corsa. Preparatore e allenatore, anche responsabile di un centro fitness a Merano, e poi il mondo del calcio, che lo affascina, lo stimola e lo incuriosisce, quanto il mondo del pallone che è interessato alla sua esperienza contaminante, atta ad accrescere e migliorare un mondo che crede sempre di più nel dialogo tra discipline. Una chiacchierata a ruota libera, senza protezioni, con il vento in faccia, come piace al campione di Vipiteno.

Schwazer, cosa c'è dopo il traguardo?

"C'è il successivo, anche se oggi i miei traguardi sono un po' cambiati. Non ambisco più a vincere una gara o una medaglia, ma c'è la curiosità del miglioramento. Qualche tempo fa avevo l'obiettivo di Parigi, oggi c'è il desiderio di conoscenza e di comprensione scientifica".

Niente Los Angeles?

"Assolutamente no. La marcia oggi è il mio hobby e si deve adeguare al mio lavoro, alla mia famiglia, non viceversa".

Oggi al suo fianco ha come preparatore Domenico Pozzovivo, ex corridore professionista di assoluto livello.

"Piccolo preambolo: nello sport, in particolare nel ciclismo, c'è tanta interdisciplinarietà. Io ho solo avuto un allenatore della marcia: Sandro Damilano. Quelli che sono arrivati successivamente non avevano nulla a che fare con la marcia. Chiaro che mi circondo di persone preparate, ma io amo le persone che sono capaci di esplorare e mettersi in gioco con me. Dopo tanti anni, potrei prepararmi da solo, ma con Domenico, così come con Sandro (Donati, ndc), ho sempre cercato esperienze nuove. Nuove soluzioni".

Lei oggi allena

"Da marzo dello scorso anno sono responsabile di uno sport club al Palace di Merano, dove grazie ad uno staff composto da ragazzi eccezionali facciamo valutazioni di vari tipi: test posturali, biomeccanici e via elencando. E poi ho incominciato a collaborare nel mondo del calcio, in serie B, con il Südtirol. Sono consulente dei due preparatori atletici (Carlo Pescosolido e Danilo Chiodi, ndc) con l'obiettivo di migliorare tutto quello che riguarda la corsa. Quello che io ho chiesto a Pozzovivo, il Südtirol l'ha chiesto a me. Contaminazione di conoscenze, integrazione di esperienze, commistione di storie".

Ha anche atleti che segue one to one?

"Sono tutti amatori: li seguo da remoto".

Quando pensa di tornare in gara?

"Se tutto va come deve andare, a marzo. Dove, non lo so ancora".

Dove trova il tempo di allenarsi?

"Evito di farlo a fine giornata, perché diventa un massacro. Io non mi alleno tanto, ma con grande intensità. Meglio al mattino o durante le pause pranzo".

Lei ha corso anche in bicicletta

"A 18 anni volevo smettere di correre la marcia perché mi squalificavano sempre ed ho scoperto il ciclismo".

Perché la squalificavano?

"Perché nessuno mi aveva insegnato a correre la marcia. Ero sgraziato. Marciavo di forza. La parte alta del mio corpo non era rilassata e questo dava l'impressione più in generale che nello specifico io marciassi male. Il mio allenatore era Ladurner, e mi consigliò di proseguire con uno sport di resistenza e io nel 2003, essendo un grande appassionato, ho scelto il ciclismo. Ho corso con la Egidio Unidelta, per tutta la stagione. Da Vipiteno andavo a Trento e mi venivano a prendere tutte le domeniche. Io facevo fatica a stare in gruppo per la paura. Non ha idea di quante cadute ho fatto e provocato: ero un pericolo pubblico, ma la passione per il ciclismo mi è rimasta dentro ancora oggi".

Il suo corridore ideale?

"Miguel Indurain. Cercavo di imitarlo in salita: scalavo sempre da seduto. È l'unico al quale ho chiesto al Festival dello Sport di Trento di tre anni fa un selfie. Poi mi sono sempre piaciuti Simoni, Savoldelli e Nibali".

Quante volte pensa al buio della squalifica?

"Ne parlo con la consapevolezza di aver lottato con tutte le mie forze per la verità. Io non ho mai mollato di un millimetro e non ho rimpianti. Gli errori che ho fatto da ragazzino, giovane e immaturo, li ho pagati. Il resto è stata una macchinazione".

Dopo la luce di Pechino, il buio della depressione.

"Purtroppo sì, ma ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada il dottor Schwitzer, primario di psichiatria di Bressanone, che mi ha aperto un mondo. Lui mi ha salvato. Io oggi ho il piacere di fare fatica e se una cosa non me la sento di fare, non la faccio più".

Lei conosce Jannik Sinner?

"Personalmente no, ma so chi è".

Non ha mai pensato che parte dei suoi problemi siano anche stati ingigantiti dal nome tedesco, un po' come lei?

"Francamente non ci ho mai pensato: spero di no".

Sua moglie Kathrin dove l'ha conosciuta?

"Sin da ragazzino mi piaceva, era la più bella di tutte. Io cercavo di uscire e lei mi rimbalzava. Un bel giorno, dopo diversi anni, ricevo un messaggino: ci possiamo vedere? Lei successivamente mi ha raccontato che voleva fare un po' di pulizia nella sua agenda del cellulare e nel leggere il mio nome ha deciso di scrivermi. Ci siamo sentiti, ci siamo visti e questa volta non mi ha più rimbalzato".

Alex Schwazer ha un sogno?

"Ce l'avevo. Fare il prologo fuori competizione al Giro d'Italia.

Hermann Maier, il leggendario discesista austriaco, fece come apripista d'eccezione il prologo dell'edizione numero 100 Tour de France (2003, ndc): sognavo di fare una cosa così. Oggi vorrei diventare qualcuno a livello professionale nel mondo del calcio. Questo è il mio gol".

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica