Quella partita infinita con la storia nel canestro

Gli Usa dal '36 sempre oro nel basket ko contro l'Urss 51-50 fra le polemiche. E il caos lo provocò Sepp Blatter

Dieci medaglie d'argento, quelle che la nazionale statunitense di basket, sempre vincitrice dal 1936, si rifiutò di prendere sul podio olimpico di Monaco nel 1972, sono ancora custodite in una banca di Losanna, sede del Comitato Olimpico internazionale. La guerra fredda fra i grandi, Stati Uniti da una parte e Unione Sovietica dall'altra, iniziata politicamente nel 1947 e chiusa nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, cominciò con la tragedia della strage che sconvolse per sempre anche il mondo dello sport che perse la sua innocenza, già messa in discussione tante volte da Berlino 1936. Nella notte fra il 5 e il 6 settembre l'assalto dei feddayn di Settembre nero alla palazzina israeliana in Connelly Strasse insanguinò con la morte di 11 atleti israeliani, 5 terroristi ed un poliziotto, i Giochi considerati, da sempre, territorio di pace. Il presidente del Cio, l'americano Avery Brundage, l'uomo che aveva litigato con Hitler e Goebbels il diavolo zoppo della comunicazione nazista, per Owens, nel 1936, anche se poi accettò, per salvare i suoi affari, di lasciar fuori dalla staffetta americana due velocisti di religione ebrea, ricordò i caduti in una solenne cerimonia, ma decise che le Olimpiadi dovevano continuare.

In questo clima, il 9 settembre, andò in scena, alle 23.45, ora insolita, ma gradita alla televisione statunitense, la finale del torneo di basket fra l'Unione Sovietica, che aveva battuto Cuba, e gli Stati Uniti i padroni, gli inventori del basket, oro senza sconfitte dal 1936, che in semifinale avevano lasciato a 38 punti, 30 punti di scarto, l'Italia di Giancarlo Primo, con Meneghin, Masini e Flaborea che in tre fecero 1 solo punto, poi battuta anche nella finale per il bronzo dai cubani. Dentro la Rudy Sedlmaye Halle si affrontavano gli universitari diretti dal santone Hank Iba, 26 vittorie alle olimpiadi, l'uomo del Missouri che aveva vinto l'oro a Tokio '64 e Città del Messico '68, e i sovietici che in panchina avevano Vladimir Kondrashin nato nel 1929 a Leningrado-San Pietroburgo dove poi è morto nel 1999. Una partita aggrovigliata vinta dai sovietici 51-50 rigiocando per tre volte l'ultima azione nei 3 secondi finali, i 180 secondi più lunghi nella storia del basket, una guerra in cui furono coinvolti tutti, cominciando dal presidente delle federbasket mondiale William Jones che aveva studiato con i preti a Roma. Due tiri liberi di Doug Collins portarono gli americani sul 50-49 dopo essere andati al riposo sotto di 5 (21-26). Tom Mc Millen, che poi venne a giocare alla Virtus Bologna, stoppò Alexander Belov, il due metri di Leningrado che aveva esordito in nazionale agli europei di Napoli nel 1969, il colosso che a soli 26 anni ci ha lasciato per un angiosarcoma. Contropiede di Collins. Vantaggio anche se gli Stati Uniti avevano visto espellere Dwight Jones, provocato secondo molti, dallo sconosciuto Dvornij e avevano perso per infortunio, su una contesa sporca, il Jim Brewer poi campione coi Lakers e vincitore della coppa campioni con Cantù a Grenoble. Ma a questo punto, quando il verdetto sembrava definitivo ecco l'invasione di campo della politica, il caos per il riposizionamento del cronometro azionato da Sepp Blatter, l'uomo di Visp presidente della federcalcio mondiale dal 1998 al 2014 quando dovette abbandonare sotto accuse infamanti. Blatter nel suo libro «Ma veritè» non si sofferma su quell'episodio che resterà nella storia dello sport.

Dopo i liberi di Collins l'assistente di Kondrashin, Sergej Bashkin, si precipitò al tavolo dicendo che il tempo mancante non era di 1 secondo come appariva sul tabellone ma di 3 perché i sovietici avevano chiesto il minuto di sospensione e Kondrashin stava dicendo ai suoi giocatori che in quel poco tempo si poteva vincere e ancora perdere l'olimpiade. Gli arbitri, il brasiliano Renato Righetto, di Campinas, e l'esperto bulgaro, in ogni senso, Aktenik Arabdzian, che poi diresse anche le finali olimpiche di Montreal '76 e Mosca '80 quelle dell'Italia di Gamba battuta dalla Yugoslavia, morto a New York nel 2013, sembravano confusi. Intervenne mister Jones e li obbligò a riprendere dopo il minuto di sospensione. Il cronometro diceva meno 1 secondo, ma anche lì, con Blatter in confusione e gli americani che già festeggiavano, ci fu una prima rimessa fatta ripetere portando il tempo a meno 3 secondi. Ivan Edesko lanciò la palla saltando tre avversari che facevano muro e mentre Yoice e Forbes si scontravano in volo Alexander Belov andò a canestro per il 51-50 della storia.

Americani furiosi, reclami, liti. Alla premiazione sul podio soltanto sovietici e cubani. Per gli americani la tristezza, il ritorno a casa nel silenzio, accolti davvero male da chi non li avrebbe mai perdonati, anche se i primi a considerare quella come la giornata del Brasile battuto dall'Uruguay nel calcio furono gli stessi giocatori. Gli Stati Uniti incassarono, ma prepararono la loro vendetta sportiva nel 1980: prima con il miracolo sul ghiaccio nell'hockey degli universitari statunitensi che a Lake Placid batterono quella che sembrava un armata insuperabile come l'URSS del divino portiere Tretjak, infilzato e sostituito dopo i primi due tempi dai leoni guidati sul campo dall'oriundo napoletano Mike Eruzione. Per quell'impresa fecero anche un film «Il miracolo sul ghiaccio» che negli USA ebbe successo come «Going Vertical» il film che i russi hanno fatto nel dicembre del 2017 per ricordare la beffa di Monaco e che in poco tempo ha battuto tutti i record al botteghino.

Dicevamo della doppia vendetta. Dopo Lake Placid, in quel 1980, ecco il boicottaggio ai Giochi di Mosca per l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Le olimpiadi sfregiate per sempre.

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