"Quasi quasi faccio il caddie". Il buco nero del fine carriera

Il 77 per cento pensa di restare nel giro, ma non c'è posto per tutti. Per ricollocarsi, team manager e opinionista tv le soluzioni migliori

"Quasi quasi faccio il caddie". Il buco nero del fine carriera

Era l'erede di Gigi Meroni. All'inizio si era sparsa la voce che finita la carriera per campare facesse il sagrestano, in realtà ha preso un diploma abilitativo e fa il badante. Dopo cinque stagioni al Torino, ai tempi di Massimo Giacomini addirittura regista, e poi Parma, Avellino e Perugia, Dante Bertoneri ha scoperto l'altra faccia del calcio. Luciano Favero, una champions con la Juve, ha sbagliato tutto: «Ho perso un sacco di soldi. Avevo aperto un'autorivendita, mi ha mangiato tutti i risparmi di una carriera, un miliardo di vecchie lire». Per arrivare a fine mese ha trovato un impiego come caddie, porta le mazze da golf, e spesso gli è capitato di farlo a ex colleghi. Beppe Signori, tre volte capocannoniere e vice campione del mondo, qualche problema l'ha avuto, un giorno ha fatto outing: «Non ho neppure i soldi per la comunione di mio figlio. Ho messo in vendita la casa. Ho chiesto aiuto ai parenti, ho pensato di scappare». Christian Vieri ha visto fallire quasi tutte le aziende in cui aveva una partecipazione, con Christian Brocchi anche un crack finanziario nel settore della ristorazione. Salvatore Schillaci ha dilapidato cifre impensabili in investimenti sbagliati, il divorzio ha fatto il resto. Suo cugino Maurizio, finchè si sono avute tracce, ha fatto il barbone: «Tutti dicevano che ero più forte di lui. Ma non ho avuto la sua fortuna». Cocaina, eroina, matrimonio fallito, depressione: «Quando giocavo avevo tanti amici. Adesso non ho più nessuno».

«Sapete come ho scoperto che ero fuori dal calcio? Quando una sera arrivo, medesimo ristorante, e mi dicono che non c'è posto. Prima facevano alzare la gente per farmi mangiare». L'ha detta uno a caso del 61,1 per cento dei calciatori che terminata la carriera sono rimasti senza una occupazione, il dato è stato rilevato dall'Aic attraverso una ricerca su 2.917 giocatori inseriti nelle rose di 128 società professionistiche nei successivi dieci anni.

Non siamo alle cifre della Premier, ma il post carriera è un buco nero anche da noi. Mentre guadagnano forte sviluppano stili di vita sopra le righe, consigli sbagliati, e quando se ne accorgono i soldi non ci sono più. Non hanno una soluzione alternativa, i guadagni crollano drasticamente, i debiti riducono all'indigenza. L'ultima indagine dell'Aic è relativa a due stagioni fa, ai giocatori è stato chiesto se avessero iniziato a pensare al loro dopo carriera, il 44,2 per cento ha risposto no. Quando è stato chiesto loro se il pensiero li preoccupava, il 39,5 per cento ha risposto poco o nulla, e quando gli è stato mostrato il dato sulla percentuale ridotta di ex calciatori rimasti nel calcio, il 70 per cento ha risposto che questo non li allarmava. Fabio Poli, direttore organizzativo Aic, ci ha spiegato: «Si sono abbassati gli stipendi, tantissimi sono al minimo contrattuale e forse proprio per questo la situazione è nettamente migliorata rispetto a dieci anni fa. Generalizzare è sempre un rischio, il problema esiste ma qualcuno è entrato in Parlamento, alcuni sono assessori allo sport nelle loro città, altri hanno corso alla carica di sindaco. A distanza di due anni però questi dati restano validi, si è solo alzato il livello culturale. A fine carriera subentra un evidente contraccolpo psicologico. Per la maggioranza dei lavoratori arriva a un'età che coincide con la stanchezza fisica, qui troviamo ragazzi poco più che trentenni, pesante se non si è preparati».

La mazzata finale in Premier è la separazione, Fabio Poli, ci spiega: «Non abbiamo fatto ricerche in questa direzione, il dato forse è di poco superiore a quello nazionale, ma chi ce la fa a 20 anni ha un buon stipendio, la vita gli cambia e si sposa presto». L'Aic ha istituito dei corsi formativi post carriera, quattro anni fa 40 iscritti, oggi sono 120: «Sono master per avvicinarli al mondo del lavoro, anche extracalcistico. La maggioranza sogna di allenare, il 98 per cento ha un patentino ma il 61 per cento è disoccupato. Si sono aperte nuove strade, il calciatore affina la capacità di stare in una struttura gerarchica, l'inserimento come team manager è il più naturale, finito il tempo dei presidenti che ci mettevano i familiari. Sono in aumento, 2 per cento, gli opinionisti tv». Qui i contratti sono da 30mila euro a stagione più gettoni di 1.500 euro a commento. Ma nelle tv locali molti ci vanno senza compenso, per restare nel giro, per far sapere che esistono ancora. O solo per trovare un posto al ristorante.

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