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Rivera, il genio elegante del pallone che voleva diventare Fausto Coppi

Il più grande calciatore italiano di tutti i tempi si racconta in un libro illustrato di più di 500 pagine. Dal debutto a 16 anni al Pallone d’Oro, dai trionfi con il Milan a Italia-Germania 4-3. La storia di un eterno ragazzo che le guerre le ha combattute con classe

Rivera, il genio elegante del pallone che voleva diventare Fausto Coppi

Il più grande giocatore italiano di tutti i tempi, un po’ Mozart, un po’ Valentino, la poesia fatta calcio, l’eleganza italiana nel mondo, il simbolo di un’epoca. Classico e ribelle: in guerra con arbitri, Gianni Brera, Valcareggi, Mazzola, Berlusconi. Il Milan è lui, il calcio è lui, il numero 10 è lui, primo Pallone d’Oro, Italia-Germania 4-3. Non ha predecessori, non ha lasciato eredi. Irripetibile. «Nessuno quanto lui ha fatto titolo e cassetta, scatenato applausi e fischi, dato la stura a polemiche, esca a pettegolezzi» lo riassumeva Roberto Gervaso.

La vita è strana però. Rivera, fosse stato per lui bambino, avrebbe voluto essere tutt’altro che Rivera: il suo idolo di ragazzo era un campionissimo, anzi il Campionissimo Fausto Coppi, ciclismo, non calcio. Invece del calciatore avrebbe voluto fare il medico condotto e suonare il pianoforte. Ma a 16 anni già giocava in serie A «sono diventato professionista ragazzino non ho avuto tempo di pensarci». Il papà era ferroviere, lui soltanto mingherlino: «Il bambino era magro, con i capelli dritti dritti, gli occhi quasi spiritati, un torace non proprio rilevante le gambe così lunghe» lo raccontava Oreste Del Buono.

Tifava Juventus «ma solo perchè era la squadra geograficamente più vicina ad Alessandria». Con la Juventus segnò il primo gol con il Milan, che è anche il gol che ricorda più volentieri: finì quattro a tre, «un risultato, come dire, profetico». Italia-Germania 4-3, appunto, «partite del genere se ne vedono al massimo due in una generazione di calciatori - scriveva Gualtiero Zanetti - per noi italiani il fatto è inconsueto al punto che nessuno può dire di averne vista una uguale, oppure di sperare di vederne una identica».

La mitologia che si fa partita. Quattro a tre che però non è per lui la madre di tutte le partite, semmai Wembley, la Coppa Campioni, la prima del Milan, ha diciannove anni, i capelli a spazzola e un improbabile impermeabile bianco quando va sul palco dei vincitori: «La Coppa con il Benfica l’abbiamo conquistata. Italia-Germania invece non fu decisiva per vincere il Campionato del Mondo». La staffetta invece non l’ha mai accettata, quella con Sandro Mazzola, l’altrà metà del cielo di Milano, il figlio del Grande Valentino e della Grande Inter. Dicevano che non potevano giocare nella stessa squadra neanche in Nazionale: «Per la verità abbiamo sempre giocato assieme. Tranne quei venti giorni dei mondiali messicani. Nemmeno noi abbiamo capito perchè».

É stato calcio, spettacolo, letteratura persino una parabola cinematografica di Diego Abatantuono, Eccezziunale veramente: «Dio (un bell'uomo, sui 40 anni), indica con il suo indice putente lo stadio di San Siro e dice: Gianni Rivera, ciapp' questo pallone (un Tango) e vai in giro per il mondo a insegnare il giuoco del calcio...».Oggi è presidente del Settore Tecnico della Figc, ha aperto un canale youtube e la sua vita l’ha raccontata in un libro appena uscito «Gianni Rivera ieri e oggi» (Edizioni Marconi Production), curato dalla moglie Laura, con tanti ritagli conservati dal papà, più di cinquecento pagine di foto, articoli, testimonianze, una storia per immagini, un’enciclopedia delle belle arti, una vita a regola d’arte. Perchè non è sempre vero che il tempo passa: «Gipo Viani quando avevo 16 anni diceva che ero nato vecchio». E adesso Maestà? «Gianni Rivera non ha età...»

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