Per spiegare il giorno e la notte con un pallone bastano due nomi, Cristiano Ronaldo e Ronaldinho. Il portoghese è un sacerdote della costanza, della forza fisica e mentale, uno che conta i respiri tra una flessione e l’altra, un killer. Il brasiliano è la fantasia brasileira al potere, il calcio carioca preso per mano e portato a ballare, senza chiedere permesso. Cristiano si è costruito ora dopo minuto. Ronaldinho è nato con un dono che non si insegna, sta nella categoria dei Maradona e dei Cruijff, quelli capaci di inventare una lingua mentre tutti gli altri cercavano ancora le lettere dell’alfabeto. Uno ha fatto del gol un’ossessione scientifica, l’altro della bola uno strumento per distribuire felicità. Eppure, hanno qualcosa in comune. Nessuno dei due vuole smettere.
Fossi stato Cristiano, avrei appeso gli scarpini al chiodo dopo quella rovesciata contro la Juventus in Champions. Un’immagine perfetta, gli juventini in piedi ad applaudire, il gesto più bello del football, la chiusura del cerchio. Il resto è una lotta con il calendario che, come il banco, non perde mai. Fossi stato Ronaldinho, per rispetto dei tifosi, non sarei andato al Ravenna, in Serie C. Ma il richiamo della samba mescolata al futebol può essere più forte dei chili e dei consigli di troppo. I bookmaker quotano anche i suoi gol, meglio le presenze ma non quelle nel Ravenna, quelle a Ravenna. Tra una cena, un brindisi e una serata romagnola, il Gaucho potrebbe regalare più magie fuori dal campo che dentro. E va bene così, purché nessuno pretenda che la nostalgia giochi novanta minuti. Non è questione di età, né di soldi. È la fatica di lasciare gli applausi, suono di una vita. Il calcio continua a inseguire due nomi, e quei due continuano a inseguire il calcio. Di certo, la cosa più difficile del mondo, per un campione, non è salire in sella ma scendere da cavallo quando si è ancora all’apice. Nel quadro di Jacques Luis David, Napoleone è rimasto lassù per sempre, ma solo nel dipinto. C’est le vie.
