Lo sfogo del signor Rossi contro i Pirlo&C

Il ct dell'Ungheria: "L'Italia non è un paese meritocratico in panchina"

«C'è chi in vetta arriva faticando e chi comodamente con l'elicottero». Lo diceva spesso un vecchio volpone della panchina, uno di quelli che prima di arrivare in serie A e attirare l'attenzione dei top club ha fatto tutta la gavetta, scalando i gradini fino alla scala del calcio passando dai dilettanti e le serie minori. Era critico e magari anche un po' invidioso per quei colleghi che forti di un curriculum calcistico di prim'ordine o solo perché più bravi a vendersi e a trovare le spinte giuste, si trovano immediatamente catapultati nell'olimpo del pallone senza avere nessuna esperienza. Eh già, il dorato calcio proprio come l'ufficio parastatale di periferia. Sta di fatto che pure nel calcio c'è chi fatica e sgomita e chi no. Di certo Marco Rossi, ct dell'Ungheria, qualificatisi ai prossimi europei e neo promossa in serie A di Nations League, l'elicottero non l'ha mai visto nemmeno in cartolina. Tanto che ora si è guadagnato anche il diritto di critica: «Nella mia esperienza posso dire che l'Italia non è un paese meritocratico in panchina. È importante conoscere qualcuno che sappia darti un'opportunità». Boom.

Alcune differenze in effetti sono palesi. Basta prendere la Juve di ieri e di oggi. Da Sarri, passato dai dilettanti alla Champions League, a Pirlo, forte solo dell'esperienza da calciatore, seppur fenomenale. Lui, Rossi, la gavetta sa bene cos'è. Dopo aver giocato, roccioso difensore, tra le altre con Brescia e Sampdoria, è stato uno dei primi calciatori ad accettare le offerte dall'estero. Era il 1995 quando si trasferì in Germania all'Eintracht Francoforte. Dopo il ritorno in patria, ha iniziato la carriera di allenatore alla guida di Lumezzane, Pro Patria, Spezia, Scafatese e Cavese. Poi nel 2012 il trasferimento in Ungheria per guidare la nobile decaduta Honved. «Nel 2012 ho cominciato ad allenare in Ungheria e mi sono trovato ad un bivio: o continuare a sognare di fare l'allenatore, oppure cercarmi un lavoro diverso». Ha continuato Rossi e nel 2017 ha riportato lo scudetto all'Honved dopo 24 anni vincendo anche il premio come miglior allenatore della lega e la Panchina d'oro. Dopo una parentesi in Slovacchia nel modesto Dunajská Streda, nel 2018 la grande occasione: l'offerta della Nazionale ungherese dove, risultato dopo risultato, è diventato un idolo, con i prossimi campionati europei in saccoccia. Mica poco per una nazionale certo non di primo livello in cui Rossi ha saputo peraltro valorizzare numerosi talenti.

Ora per lui inizia il bello. La ribalta se l'è guadagnata e meritata tutta. Adesso, magari dopo l'Europeo con l'Ungheria, qualcuno potrebbe finalmente accorgersi di lui anche in Italia e dargli l'occasione che finora che non ha avuto. D'altra parte ha già dimostrato di non essere un signor Rossi qualunque.

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