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Superga urla se la misura è colma

La squadra granata, appena scesa dal bus, è stata accolta da insulti e cori, poi striscioni offensivi nei confronti di Cairo

Superga urla se la misura è colma
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C'era il Torino, c'era il popolo granata, c'era la memoria di quel mercoledì di maggio e di nebbia improvvisa, c'era Superga, c'erano i messaggi del Benfica, ultimo avversario del grande Torino, c'erano le parole del River Plate, il club argentino che venne in Europa per commemorare la tragedia raccogliendo le lire per i parenti delle vittime e da quel giorno molte squadre italiane adottarono, come seconda divisa, la maglia con banda obliqua dei Millonarios, c'era una lettera dei brasiliani del Chapecoense, la squadra che dieci anni fa, era il 28 novembre del 2016, scomparve nel didsastro aereo di Medellin, alla vigilia della finale di coppa sudamericana contro l'Atletico Nacional. C'era un mondo di football antico e genuino. Forse per questo non c'era Cairo Urbano che da ventuno anni risulta essere il presidente del club più storico del nostro calcio e non soltanto per il dramma di Superga. Assente al Cimitero Monumentale, assente alla Basilica, dinanzi al cippo sul retro a ricordo dei caduti.

La squadra granata, appena scesa dal bus, è stata accolta da insulti e cori, poi striscioni offensivi nei confronti di Cairo, il colore di quelle maglie è lo stesso profondo del sangue, Giovanni Arpino dedicò una poesia splendida e struggente: Me grand Türin, Russ cume el sang, fort cum el Barbera, voj ricordète adess, me grand Türin, An cuj ani ed sagrin unica e sula la tuta blessa j'era... Filadelfia! Ma chi sarà el vilan a ciamelo un camp? J'era na cüna, de speranse, ed vita, ed rinassensa, j'era sogné, crijé, j'era la lüna, j'era la stra dla nostra chërsensa.

Che ne sanno i contemporanei, che ne sa Cairo di quello che era la cüna, la culla del Torino e della sua gente. E il ribollire dei tifosi, la loro rabbia, la loro contestazione, significano che il colmo è stato raggiunto, che anche in un luogo sacro, la basilica, la lapide, è stato possibile udire le bestemmie laiche, usmare i fumi granata, perché è troppo facile ricordarsi del 4 maggio per pulirsi la coscienza, assumere posture e pronunciare frasi di repertorio, e, un secondo dopo, rimettere il Torino nel cassetto e di altro occuparsi, quasi la squadra di calcio sia un fastidio imprenditoriale e non un dovere, al di là della retorica.

Il Torino, così va chiamato perché significa storia, tradizione, vecchio cuore, sempre meglio di Toro che è un segno zodiacale, il Torino, allora, merita di ritrovare la propria identità, quella di Valentino Mazzola e Franco Ossola, di Paolo Pulici e Ciccio Graziani, quella del Fila, quella di Ferruccio Novo e Orfeo Pianelli, quella di Arpino It l'has vinciü el mund, a vint ani it ses mort, Me Türin grand, me Turin fort. Il resto è un brusio lontano.

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