Il tragico destino di chi insegue un sogno

La morte è bastarda non solo perché priva e mette la parola fine. La morte è bastarda perché, quasi fosse un gioco di parole, si fa vivere in modo diverso

Il tragico destino di chi insegue un sogno

La morte è bastarda non solo perché priva e mette la parola fine. La morte è bastarda perché, quasi fosse un gioco di parole, si fa vivere in modo diverso. La morte è bastarda perché nel suo cangiare provoca rimorsi, scuotimenti dell'animo, sensazioni opprimenti, impossibili da scacciare. Almeno per me. Già lo sento il rimorso. Lo avverto da sabato pomeriggio, da quando ho saputo di Jason, non del povero Jason, solo di Jason. E anche questo è motivo di struggimento. Perché non riesco a provare vera pena, perché non mi è possibile scrivere «povero ragazzo» ma solo «ragazzo». È successo per Dajiro Katoh, è successo per Shoya Tomizawa, è successo per Marco Simoncelli, è successo per Andrea Antonelli, è successo per Luis Salom, ultimo morto del motomondo in ordine di tempo prima di Jason. Perché non sono poveri questi ragazzi, campioni o esordienti che siano. Non è povero chi insegue un sogno e quel sogno realizza ben sapendo che ad ogni istante rischia la vita e non solo la sua. Povere sono quelle quattordici nostre fotocopie uccise e martoriate in una domenica di liberi tutti su una fottuta funivia con vista Lago Maggiore. Poveri sono loro. Loro che sono noi e voi, non Jason. Lui correva veloce nel motomondo, quel mondo che aveva fatto di tutto per raggiungere, con coraggio e caparbietà. Lui che quando è montato in sella ha scostato dai pensieri quell'immagine che tutti abbiamo, piloti compresi: l'immagine che qualcosa possa andare storto indipendentemente dalle nostre abilità e volontà; l'immagine del destino che quando corri e pieghi e sorpassi a duecento chilometri all'ora è un destino che ti alita addosso. I piloti lo sentono. Pensiamo a Valentino e alla moto impazzita che lo sfiorò e graziò per un millimetro lo scorso agosto. Per cui onoro Jason che il destino ha voluto si immolasse per la sua passione, ma non lo piango. Non posso. Forse non lo vorrebbe. E da genitore sono vicino a suo padre e a sua madre. C'è un motivo se esiste una parola per definire ogni stato del dolore, vedovo, orfano, ma non quello di un genitore che perde il figlio. Troppo atroce e contro natura il dolore per affidarlo a delle lettere. Ma se per inseguire la tua passione corri a trecento allora, la natura è solo spettatrice.