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La stanza di Feltri

Che rimpianto per le melodie del passato. Oggi invece...

Una volta una canzone doveva emozionarti. Adesso deve spiegarti perché è depressa. Prima si cantava l’amore. Ora si verbalizza il trauma. Prima c’erano i cantautori. Ora ci sono i consulenti dell’angoscia

Vecchio disco

Caro direttore Feltri, da giovane, anni ’70-80, prendevo un po’ in giro gli anziani a cui piacevano i cantanti dei loro tempi come Luciano Taioli, Trio Lescano, Gino Latilla, Claudio Villa ecc. E un po’ mi pento. Allora a noi giovani piacevano i Beatles, i Rolling Stones, Gianni Morandi, Adriano Celentano, Sergio Endrigo e poi Antonello Venditti, Simon & Garfunkel, Francesco Guccini, Mina, Franco Battiato, Milva, Ornella Vanoni, Iva Zanicchi, eccetera... sempre con canzoni e con musica accattivante. Ora, con tutto il rispetto, di melodia ne sento poca nei brani che vanno per la maggiore. Non mi sembrano canzoni ma letture di psicanalisi. Cordiali saluti.

Piero Casati

Caro Piero, la sua lettera mi trova perfettamente d’accordo. Anzi, mi costringe a fare una confessione. Da giovani prendevamo in giro i vecchi. Ascoltavano Claudio Villa, Taioli, Latilla. Noi ci sentivamo infinitamente più intelligenti. Avevamo Beatles, Rolling Stones e Celentano. Avevamo Mina, Battiato, Guccini e Venditti. Insomma, avevamo parecchio da ascoltare. E soprattutto avevamo delle canzoni. Oggi, invece, ascolto certi successi e mi preoccupo. Non per la musica: per la salute mentale dell’autore. La melodia è spesso dispersa, dichiarata irreperibile. Il ritornello sembra una denuncia alla Procura. La strofa pare uscita da una seduta dallo psicanalista. La batteria picchia, il cantante soffre. E noi dovremmo chiamare tutto questo arte. Una volta una canzone doveva emozionarti. Adesso deve spiegarti perché è depressa. Prima si cantava l’amore. Ora si verbalizza il trauma. Prima c’erano i cantautori. Ora ci sono i consulenti dell’angoscia. Battiato poteva essere incomprensibile, ma era musica. Guccini poteva durare un’eternità, ma raccontava qualcosa. Mina poteva cantare anche l’elenco telefonico, poco importava con quella voce. Anche perché probabilmente lo avrebbe fatto meglio di molti fenomeni attuali. Non pretendo che i giovani tornino a Claudio Villa. Ci mancherebbe: ogni generazione ha i suoi peccati. Ma una melodia, santo cielo, non dovrebbe essere reato. Una canzone dovrebbe restare in testa. Non richiedere una laurea in psicologia. E nemmeno, a mio modesto avviso, un comunicato stampa dell’artista. Forse, allora, dobbiamo chiedere scusa ai nostri vecchi. Li credevamo antiquati. Avevano semplicemente orecchio. Noi ridevamo di loro. Adesso, invece, rimpiangiamo le loro canzoni. Il progresso, evidentemente, non è sempre obbligatorio.

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