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La stanza di Feltri

Gli italiani sono stanchi soprattutto di lavorare...

Abbiamo trasformato il posto di lavoro in una sala d’attesa, la carriera in una malattia professionale e la pensione nel paradiso terrestre

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Buongiorno direttore Feltri, gli italiani sono stanchi e demotivati sul posto di lavoro? Sembra così e sono ormai lontani gli anni in cui c’erano determinazione e voglia di intraprendere. Ora la maggior parte delle persone risente di uno stress generale provocato dalla vita moderna e l’ambizione di molti lavoratori è quella di andare in pensione il prima possibile. A livello industriale c’è poca voglia di rischiare anche perché i segnali del mercato sono deboli e poco rassicuranti nel medio periodo e per chi ha vissuto gli anni dove entusiasmo e voglia facevano la differenza, è davvero deprimente.

Luca Testera Pardi

Caro amico, gli italiani sono stanchi?

Certamente. Ma non è una novità: l’italiano medio è stanco persino quando non fa niente. Figuriamoci quando deve lavorare. Abbiamo trasformato il posto di lavoro in una sala d’attesa, la carriera in una malattia professionale e la pensione nel paradiso terrestre. Il sogno non è più diventare qualcuno, ma smettere di essere qualcuno alle otto del mattino. Una volta si rischiava, si costruiva, si sbagliava e si ricominciava. Oggi si convoca una riunione per decidere se convocarne un’altra. L’imprenditore ha paura del mercato, il dipendente ha paura del lunedì e il giovane ha paura persino di rispondere al telefono. Non siamo diventati prudenti: siamo diventati specialisti della ritirata strategica.

Naturalmente la vita moderna è stressante. Ma non raccontiamoci che la colpa sia soltanto dello smartphone, delle bollette o del traffico. Abbiamo inventato mille diritti, ma ci siamo dimenticati di coltivare un dovere fondamentale: quello di darci da fare senza aspettare che qualcuno ci stenda il tappeto rosso. Ci siamo anche abituati a pretendere molto e a sopportare poco. Vogliamo stipendi da nababbi, orari da dopolavoro e soddisfazioni immediate.

Se poi il capo ci chiede un sacrificio, ci sentiamo vittime di una congiura internazionale. Anche l’industria risente di questo clima. Investire significa rischiare, e il rischio, oggi, sembra un’attività sovversiva. Meglio aspettare segnali rassicuranti, possibilmente accompagnati da una garanzia notarile sul futuro. Peccato che il futuro non abbia mai firmato contratti con nessuno. La verità è che il benessere ci ha resi più comodi, non necessariamente più felici. E abbiamo confuso la qualità della vita con l’assenza di fatica. Ma senza ambizione, coraggio e voglia di fare, non si produce ricchezza: si produce soltanto nostalgia. E quella, mi creda, non paga né gli stipendi né le pensioni.

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