Caro direttore Feltri,
quanto accaduto a Milano il 25 aprile mi ha lasciato sgomento. La Brigata Ebraica è stata di fatto allontanata dal corteo tra insulti e minacce. Secondo lei, è stato giusto deviarla per evitare tensioni o avrebbe dovuto restare, come tutti gli altri, all'interno della manifestazione?
Edoardo Brambilla
Caro Edoardo,
non c'è nulla di più pericoloso, per una democrazia, di quando la violenza si traveste da giustizia e l'intolleranza si maschera da virtù. Ciò che è accaduto a Milano il 25 aprile non è un episodio isolato, ma il sintomo di una malattia più profonda. E il filo rosso che lo lega a quanto avvenuto poche ore dopo a Washington, dove Donald Trump è stato preso di mira da un uomo armato, è evidente: si chiama odio ideologico. È la stessa matrice. È la stessa pulsione. È lo stesso veleno.
Da una parte, una folla che si arroga il diritto di stabilire chi può stare in un corteo e chi no, chi è degno e chi va espulso. Dall'altra, un individuo che passa all'azione violenta contro un leader politico. Cambiano i contesti, non cambia la sostanza: l'intolleranza verso chi è percepito come altro, come nemico da cancellare.
A Milano si è arrivati a urlare contro gli ebrei frasi agghiaccianti, come «siete solo saponette mancate». Non serve aggiungere altro: è un richiamo diretto alla barbarie nazista. E questo accade nel giorno in cui si celebra la Liberazione dal nazifascismo. Siamo al rovesciamento della storia, alla caricatura della memoria.
E qui veniamo al punto. La Brigata Ebraica non doveva essere allontanata. Doveva restare. Doveva essere protetta, circondata, difesa. Lo Stato, invece, ha scelto la strada più semplice: evitare il problema spostando le vittime. Ma così facendo ha trasmesso un messaggio pericoloso: chi urla più forte alla fine ottiene ciò che vuole. Non è così che funziona uno Stato di diritto. O, meglio, non dovrebbe funzionare così. Perché se accettiamo che una parte venga esclusa per mantenere la pace, allora stiamo legittimando la legge del più violento. E la democrazia, credimi, non muore soltanto con i colpi di Stato: muore anche così, un cedimento alla volta.
C'è poi un'altra ipocrisia che grida vendetta. In quel corteo, che dovrebbe celebrare la libertà, si vedono bandiere di Paesi dove la libertà non esiste, dove i diritti fondamentali sono negati, soprattutto alle donne. E allo stesso tempo si cacciano gli ebrei, si isolano gli iraniani che chiedono libertà, si zittiscono voci scomode.
Si festeggia la Liberazione negandola agli altri. Si invoca l'antifascismo praticando l'intolleranza. Si parla di diritti mentre li si calpesta. È questo il cortocircuito. Ed è profondamente inquietante.
La Brigata Ebraica ha pieno titolo per stare in quel corteo.
Non solo per ragioni storiche, ma per una questione di principio: nessuno deve essere escluso per ciò che è o per ciò che rappresenta. Se si comincia a selezionare chi può partecipare e chi no, non siamo più in una manifestazione di libertà. Siamo già da un'altra parte.E quella parte non ha proprio nulla a che vedere con la Liberazione.