L'abbiamo visto infinite volte essere portato quasi a forza sul palcoscenico per godersi il suo bagno di applausi. Bruno Casoni, 85 anni, di cui ben 43 trascorsi alla Scala prima assistente, poi maestro del Coro di voci bianche, quindi maestro del Coro del Teatro e infine, dal 2021, di nuovo alla guida dei bambini si è congedato dal Piermarini poche settimane fa. Fatica persino a pronunciare la parola addio.
Addio?
"Troppo definitivo. Preferisco viverlo come un momento di transizione".
Verso cosa?
"Non lo so ancora. Per il momento mi godo due mesi di vacanza, poi vedremo. Dobbiamo anche fare i conti con l'anagrafe, dopotutto. Non posso pensare a progetti a lunghissima scadenza".
Dopo vent'anni alla guida del Coro della Scala, dal 2021 è tornato a dirigere il Coro di voci bianche. Sempre sotto lo stesso tetto, ma immagino siano state esperienze molto diverse.
"Sì. E proprio l'esperienza con i bambini è quella che mi resterà particolarmente nel cuore. A dire il vero, più che un lavoro, per me è una sorta di partecipazione volontaria, qualcosa che si fa con una passione speciale. Lo considero un modo straordinario per sensibilizzare alla musica senza dover necessariamente passare da uno strumento".
Che è assai più complicato.
"Certo. Prima di ottenere soddisfazioni da uno strumento passano anni di studio. La voce, invece, è lo strumento che la natura ci ha dato fin da piccoli. Anche senza un'alfabetizzazione musicale si può entrare subito nel mondo dei suoni".
Nella scuola italiana si canta molto meno che in passato.
"È un grande peccato. Una grande mancanza. Il canto è probabilmente il mezzo più immediato per appassionare i giovani alla musica".
Lei è arrivato alla Scala nel 1983. Come iniziò questa avventura?
"Entrai come assistente del maestro Bertola. Eravamo colleghi al Conservatorio di Milano e durante le sue assenze lo sostituivo spesso, ebbe modo di vedere da vicino come lavoravo. Mi raccomandò inizialmente al Teatro di Cagliari, dove cominciai la mia carriera. Più tardi, quando si trasferì da Roma a Milano, volle che lo affiancassi alla Scala. Così lasciai Cagliari e lo seguii. Lavorammo insieme sei anni; poi arrivò Gabbiani. Nel frattempo avevo iniziato a collaborare con Torino e con il Coro di voci bianche della Scala. A un certo punto stavo per firmare un contratto con l'Opéra di Parigi, ma l'allora sovrintendente Carlo Fontana e Riccardo Muti mi offrirono il ruolo di maestro del coro della Scala. Era un'occasione impossibile da rifiutare".
Torniamo ai bambini. Come sono cambiati in questi anni?
"Oggi sono particolarmente svegli. Il computer si è impadronito del loro cervello, nel bene e nel male. Ricordo una prova in cui mancavano le partiture: ne avevo una sola e dissi che non avremmo potuto lavorare. Nel giro di pochi minuti avevano risolto il problema fotografando e condividendo tutto con il telefonino".
Sono meno disposti al sacrificio rispetto ai loro coetanei di una volta?
"No, non direi. Dipende molto da quanto percepiscono il valore di ciò che fanno. Spesso mi sono chiesto se non stavo esagerando nel ripetere e ripetere le prove prima di un'esecuzione, ma loro non hanno mai ceduto. Hanno sempre cantato con entusiasmo. Evidentemente credono in quello che fanno".
Anche quando si tratta di repertori lontani dal loro mondo?
"Direi di sì. Il fatto che ragazzi di oggi possano cantare e apprezzare Bach o Fauré è molto significativo. Abbiamo provato anche programmi dedicati ai cantautori, ma vedere che si appassionano a Fauré dimostra quanto la musica sappia parlare a tutti".
Come è cambiata la Scala durante la sua lunga permanenza?
"Moltissimo. Una volta la stagione d'opera andava dal 7 dicembre fino a maggio, poi c'erano soltanto concerti. Oggi si lavora praticamente da inizio settembre fino a luglio. La produzione è aumentata enormemente, con un volume di rappresentazioni davvero eccezionale".
Se dovesse descrivere l'anima del Coro della Scala, quale sarebbe la sua peculiarità?
"Il nostro è un suono mediterraneo, profondamente italiano. È una vocalità che all'estero non si trova facilmente".
Ha lavorato accanto a Riccardo Muti, Daniel Barenboim e Riccardo Chailly. Che cosa le hanno lasciato?
"Tutti avevano qualcosa da insegnare. Stiamo parlando di alcuni dei migliori direttori al mondo. Per me è stato un continuo arricchimento. Ho cercato di assorbire qualcosa da ciascuno di loro. Si cresce lavorando accanto a persone che rappresentano il massimo livello musicale".
È cambiato anche il pubblico?
"Sì. Quello di una volta era forse più esigente, certamente più focoso. Ho assistito a serate molto turbolente, cose che oggi non accadono più".
Ne ricorda una in particolare?
"Un Elisir d'amore con Luciano Pavarotti diretto da Giuseppe Patané. A un certo punto ci fu una discussione tra loro e Pavarotti lasciò il teatro. Arrivò un sostituto per salvare la recita, ma alla fine del primo atto partirono i fischi. Quando Patané salì sul podio il pubblico non lo lasciava nemmeno iniziare".
Come reagì?
"Si voltò verso la sala e disse: Se non volete che l'opera finisca, state zitti. Poi fate quello che volete. Il pubblico si calmò e si arrivò fino in fondo".
Le manca quella Scala?
"No. Quello non era folklore: era anche maleducazione. E non la rimpiango affatto".
Che cos'è stata la Scala per lei?
"Una famiglia.
In tutti questi anni ho frequentato più le masse artistiche che mia moglie. Tra il Conservatorio e la Scala ho lavorato sette giorni su sette. Non abbiamo avuto figli e questo mi ha consentito di vivere il lavoro con una dedizione totale".