«Stop alla marea nera», ma Obama è infuriato

New YorkLa maledetta falla da 800mila litri di petrolio al giorno sembra ormai vicina a essere fermata. L'operazione «Top kill» per arrestare la marea nera nel Golfo del Messico che ha raggiunto la superficie di 150mila chilometri quadrati (quasi la metà della penisola italiana), sta funzionando. Anche se gli intoppi non mancano: quando già sembrava fatta, un intoppo ha costretto a uno stop di 16 ore. I tecnici della Bp, dopo 38 giorni di ritardi, bugie e diversi tentativi falliti, hanno iniettato 22 tonnellate di fango e liquidi densissimi dentro il pozzo della piattaforma Deepwater Horizon, affondata lo scorso 20 aprile.
Thad Allen, l'ammiraglio della guardia costiera che coordina l'intervento di contenimento, ha spiegato che i tecnici della Bp sono riusciti a iniettare il liquido ad alta viscosità per bloccare la perdita. «Ma è presto per cantare vittoria - ha aggiunto l'ammiraglio Allen -. Il passo successivo sarà ora di raggiungere pressione zero all’imboccatura del pozzo appena tappato e quindi sigillarlo con il cemento». La prudenza dell’ammiraglio è stata ribadita dal direttore generale della Bp, Robert Dudley, il quale ha ricordato che non bisogna trarre conclusioni affrettate. «È un braccio di ferro difficile come ci aspettavamo. Ne sapremo di più tra poche ore, un giorno al massimo, quando la pressione cesserà del tutto e verranno pompate centinaia di tonnellate di cemento per sigillare permanentemente la falla», ha spiegato il numero 2 della Bp.
Ma intanto la tensione sale negli Stati Uniti. Il presidente Obama ha atteso alcune ore, per poi precisare che nonostante le buone notizie non c’è ancora certezza sulla riuscita del tentativo e che il governo farà «tutto il necessario» per fermare un «disastro senza precedenti». Poi l’attacco a Bp: «Non ha operato diligentemente in questi ultimi 37 giorni. Ci sono stati 37 giorni di ritardi inspiegabili e di tentativi falliti. Bene, la Bp resta ed è pienamente responsabile da un punto di vista penale e finanziario di quanto è accaduto e dovrà ripulire il nostro oceano, le nostre coste e rimborsare i nostri pescatori e tutte le altre attività economiche rovinate dalla marea nera». In attesa del supertappo di cemento, è subito iniziata la resa dei conti del presidente (in picchiata nei sondaggi di popolarità) con i petrolieri e i loro conniventi, soprattutto quegli ispettori federali che dovevano controllare le varie piattaforme petrolifere come la Deepwater Horizon e che invece chiudevano entrambi gli occhi in cambio di regali e vacanze pagate. E peggio ancora con assunzioni con lo stipendio raddoppiato e triplicato: dal salario federale a quello più generoso della Bp, della Mobil e della Shell. La prima testa tagliata è quella di Elisabeth Birnbaum, responsabile federale del Minerals management service (Mms), il ministero che dà il via libera alle trivellazioni petrolifere. Altre teste presto cadranno. Come hanno denunciato ieri Washington Post e New York Times, la Birnbaum e i suoi più stretti collaboratori hanno ignorato per anni gli avvertimenti sui rischi ambientali nel Golfo del Messico dei consulenti scientifici del governo. I funzionari avrebbero aggirato alcune procedure e falsificato documentazioni pur di rispettare le scadenze federali per la concessione delle licenze e riscuotere gli incentivi, sia durante l'amministrazione Bush che in questa del presidente Obama.
Peggio, il Nyt ha lanciato nuove accuse alla Bp di aver risparmiato sui materiali di rivestimento del pozzo affondato e di aver scelto, tra due opzioni, quella più economica ma più rischiosa. Così si è consumato il più grande disastro ambientale nella storia Usa.

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