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Fulco Ruffo di Calabria, l’asso col teschio nero: chi era il principe che sfidava la morte in cielo

Dalla Somalia alla Grande Guerra, abbatté 20 aerei nemici e divenne simbolo della cavalleria dell’aria italiana

Fulco Ruffo di Calabria, l’asso col teschio nero: chi era il principe che sfidava la morte in cielo

Si è tenuta all’inizio di questa settimana, presso la residenza dell’Ambasciata d’Italia a Bruxelles, la commemorazione del principe Fulco Ruffo di Calabria, asso tra gli assi della prima antenata dell’Aeronautica Militare che, mettendo le ali all’Arma di Cavalleria, portò i primi combattenti nel cielo: una buona occasione per ricordare le prodezze del principe siciliano che, fregiato del teschio nero, sparigliava le nuvole e gli avversari con il suo argenteo biplano da caccia.

Alto, impavido, con penetranti occhi scuri e baffi ben disegnati su un volto beffardo, il principe Ruffo si era arruolato volontario per l'addestramento da ufficiale di riserva presso l’11° Reggimento di Cavalleria Leggera di Foggia, per guadagnarsi il grado di sottotenente e lasciare l’uniforme per andare a scoprire la selvaggia, inesplorata e romanzesca Africa nelle vesti di agente di una compagnia di navigazione fluviale italo-belga che operava sul fiume Giuba, in Somalia.

Allo scoppio di quella che sarebbe divenuta la Grande Guerra, il principe Fulco torna sotto le armi arruolandosi ancora una volta volontario nel “Battaglione Aviatori” che diverrà il Corpo Aeronautico Militare, progenitore della Regia Aeronautica. Dopo aver frequentato il corso di Mirafiori e dopo aver conseguito il brevetto di pilota nel 1915, nel mese di settembre inizia la sua esperienza di pilota di guerra, come direbbe de Saint-Exupéry, a bordo dei ricognitori delle squadriglie addette alla fotoricognizione che guidavano, comunicando via radio, il tiro dell’artiglieria. Ruffo e i suoi camerati volano a bordo dei Caudron G.3, biplani biposto che richiedevano una buona dose di coraggio solo per salirvi sopra, figurarsi nel trovarvisi a bordo disarmati, alla mercé della caccia nemica nelle missioni di esplorazione a bassissima quota, come accadde nelle missioni d’esplorazione sul Basso Isonzo che valsero al giovane principe il primo encomio ufficiale e una prima medaglia di bronzo al valor militare.

Nel maggio del 1916 Ruffo – che aveva già dimostrato un certo talento nel volo acrobatico – viene trasferito, su pressante richiesta, ai reparti da caccia, dove inizia a volare, e combattere, sui biplani Nieuport che i piloti chiamano Bebè, o “Nieuportino” per le ridotte dimensioni, prima di essere trasferito, assieme ad altri piloti dal raro talento come Francesco Baracca, con il quale aveva già volato fianco a fianco nella celebre battaglia nel cielo di Udine quando, assieme ad altri piloti della stessa squadriglia, aveva attaccato e abbattuto un ricognitore nemico, alla 91ª Squadriglia, unità formata dall'élite della caccia italiana dove troveranno assi come Pier Ruggero Piccio, Ferruccio Ranza e Guido Keller.

Ruffo era un temerario che, come il suo amico Baracca, “non mira all’uomo, ma alla macchina” e combatteva con tenacia, anche quando era in condizioni d’inferiorità. Il 20 luglio del 1917, ad esempio, affronta da solo e col motore che già perdeva colpi una formazione di cinque aerei nemici, colpendone due e mettendo in fuga i rimanenti. Questa impresa gli varrà la medaglia d’oro al valor militare.

È forse per questo che su tutti i suoi aeroplani, dal primo Nieuport “Bébé” all’ultimo Spad S.XII, passando per l’argenteo Nieuport 17, ha sempre fatto dipingere come emblema personale, lì dove Baracca portava il celebre “Cavallino rampante”, la testa di un teschio nero posato su due tibie anch’esse nere, come a rappresentare il disprezzo del pericolo, il coraggio pronto all’estremo gesto d’audacia e la ferma volontà di affrontare la morte in combattimento come prima di lui avevano già fatto gli Ussari della Morte di Federico il Grande di Prussia, perpetuando l’araldica della "testa di morto" come simbolo di memento mori.

Una condizione che quasi s’impose sulla sua vita il 20 ottobre del 1918 quando, dopo aver mitragliato in volo radente le trincee austriache, viene colpito più volte. Il suo aereo ha il serbatoio squarciato e lui è costretto all'atterraggio di fortuna dietro le linee nemiche. Incolume, riuscì a fuggire prima dell'arrivo dei soldati austriaci e riattraversò a piedi le linee. Cinque giorni dopo l'Austria firmerà l’armistizio.

Il 1° febbraio 1919, il rapporto dell'intelligence militare della commissione Bongiovanni confermò le 20 vittorie che vennero attribuite a Ruffo di Calabria, quinto asso italiano della guerra, negandogliene cinque, non confermate. Sopravvissuto alla guerra, rimane nell'esercito nei reparti di cavalleria; lascia la carriera militare nel 1925, dedicandosi ai terreni che eredita dalla sua famiglia e prendendo il controllo della società italo-belga per cui aveva già lavorato in Africa.

Nominato Senatore del Regno d’Italia, verrà associato al Fascismo e per questo, si teme, accantonato nel ricordo dello straordinario coraggio dimostrato come eroe di guerra, gentiluomo nel combattimento e pioniere dell’aviazione. Dal suo matrimonio con la contessa Luisa Gazzelli dei Conti di Rossana nacquero sette figli, tra cui Sua Altezza Paola Ruffo di Calabria, divenuta Regina dei Belgi dopo il suo matrimonio con Alberto II.

Il Principe pilota muore a Marina di Ronchi d'Apuania il 23 agosto 1946. Le sue spoglie mortali riposano nel Cimitero Monumentale del Verano, a Roma. Mentre la sua anima di cavaliere dell’aria rivive nella memoria di quanti hanno conosciuto le sue gesta, immortali. Non a caso, durante il recente omaggio che gli è stato tributato nella capitale belga, è stato ricordato dai suoi eredi come un uomo dal “rigoroso codice morale fatto di disciplina, eleganza e rispetto”, sempre mosso dal più sublime spirito cavalleresco.

Quello stesso spirito che un giorni di guerra lo aveva portato in volo sulle linee nemiche soltanto per lanciare sulle trincee che rispondevano a suon di fucilate, una piccola scatola di metallo contenente la lettera scritta da un pilota austriaco che lui stesso aveva abbattuto pochi giorni prima e al quale aveva fatto visita in ospedale: la sua unica richiesta era stata quella di far sapere alla madre che era ancora vivo, e Ruffo si era prodigato per aiutarlo. Come usava un tempo tra gentiluomini in guerra.

Quando venne insignito della medaglia d’oro al valor militare con il solenne encomio: “Capitano di Complemento di Cavalleria addetto al comando Aeronautico d'Armata. Dotato di elette virtù militari, pilota da caccia d'insuperabile ardire, provato in ben cinquantatré scontri aerei, con spirito di sacrificio pari al suo valore, continuò a cercare la vittoria ovunque la poteva trovare. In due mesi fece precipitare quattro apparecchi avversari sotto i suoi colpi sicuri.

Il 20 luglio 1917, con incredibile audacia assaliva da solo una squadriglia compatta di cinque velivoli nemici, ne abbatteva due e fugava i superstiti”; alla domanda del perché avesse scelto un simbolo tanto lugubre come la testa di morto, il principe si limitò a rispondere che in fondo non era lui a vederlo, ma i suoi nemici a vedere lui.

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