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Zola ne fa 60: la Magic Box che ha ipnotizzato il mondo

Dal granito della Barbagia alle nebbie di Stamford Bridge: la storia di un genio del pallone, Gianfranco Zola, che il 5 luglio compie 60 anni

Zola ne fa 60: la Magic Box che ha ipnotizzato il mondo

Ci sono destini che sembrano scritti in un posto improbabile. Oliena, provincia di Nuoro, Sardegna interna. Ottomila anime, il Supramonte alle spalle, il vento che sa di macchia mediterranea e di pietra antica. È lì che il 5 luglio 1966 nasce Gianfranco Zola, in un paese dove il calcio non è un'industria ma una passione atavica, quasi un rito. E già questo dice molto: i geni autentici vengono sempre da dove meno te li aspetti.

Sessant'anni per il più elegante degli irregolari del calcio italiano degli anni Novanta. Un compleanno che ha il sapore agrodolce dei grandi anniversari: c'è la gratitudine per ciò che fu, e c'è - confessiamolo - un retrogusto di rimpianto collettivo per non averlo capito del tutto, noi italiani, quando ce lo avevamo in casa.

La gavetta dei sardi duri

Zola cresce nella Corrasi, la squadra del suo paese - quella dove suo padre Ignazio era stato persino presidente. Poi la Nuorese, quindi la Torres di Sassari, dove trascorre tre stagioni tra la C2 e la C1 segnando ventun gol in ottantotto partite. È il calcio degli spogliatoi freddi, dei pullman notturni, delle trasferte che sembrano viaggi nell'altra parte del mondo. Ma è anche la scuola che forma il carattere, non soltanto il piede. E Zola quel piede ce l'ha già sopraffino: tocco di velluto, visione periferica, senso del gol che non si insegna nei manuali.

Nel 1989 arriva la chiamata del Napoli. Duecentomila tifosi, il Vesuvio, e un certo Diego Armando Maradona che occupa tutto l'ossigeno dello stadio. Zola non si spaventa. Si allena con El Pibe, lo osserva, ne assorbe osmoticamente qualcosa. Due anni dopo, quando Maradona lascia Napoli tra scandali e polemiche, è lui a raccogliere la maglia numero dieci. Peso specifico incalcolabile. Lui la indossa con la stessa naturalezza con cui respira. In quattro stagioni all'ombra del Vesuvio segna trentadue gol, vince uno scudetto e una Supercoppa italiana. Non male, per un ragazzo venuto da Oliena. Il meglio però deve ancora venire.

Parma e l'apogeo italiano

Lo Zola definitivo - quello che ancora oggi i giornali inglesi citano come esempio di cosa dovrebbe essere il calcio - sboccia a Parma. Alla corte di Nevio Scala, in quella squadra straordinaria che vince la Supercoppa Europea nel 1993 e la Coppa Uefa nel 1995, Zola diventa il giocatore più continuo d'Italia. La primavera del 1995 è emblematica: nelle semifinali di Champions League e di Coppa Uefa ci sono tre numeri dieci immensi - Baggio, Savičević e Zola - e il più convincente, il più continuo, il più vivo di tutti è il tamburino sardo. Diciotto gol in campionato, seconda classifica marcatori. E c'è ancora chi discute se convocarlo in nazionale.

Boston, 5 luglio 1994: il peggior compleanno del mondo

Ed è qui che il destino si prende una licenza particolarmente crudele. Perché Zola e la Nazionale hanno avuto un rapporto tormentato, segnato dall'ombra gigantesca di Roberto Baggio. Ai Mondiali Usa 94 Sacchi lo tiene in panchina per gli ottavi di finale contro la Nigeria. L'Italia soffre, va sotto, il caldo di Boston è opprimente, l'umidità sfiora il novanta per cento. Al sessantatreesimo minuto Sacchi lo butta dentro. Quel giorno Zola compie ventotto anni.

Dura dodici minuti. L'arbitro messicano Arturo Brizio Carter - già noto per la sua generosità nell'estrarre cartellini - fischia un contrasto, mette la mano in tasca e tira fuori il rosso diretto. Un'espulsione che ancora oggi, a guardare le immagini, lascia senza parole. Zola ricorderà il sorrisetto malefico di Brizio mentre viene cacciato dal campo. Si chiude negli spogliatoi, piange per tutta la partita, non vede il miracolo di Baggio che ribalta l'impossibile. Due turni di squalifica confermati il giorno dopo dalla FIFA, anche se le immagini dimostravano l'ingiustizia patita. L'arbitro viene rispedito a casa. Ma a Zola nessuno restituisce il suo Mondiale. «È una ferita che mi porterò dentro per sempre», dice. Come non crederci?

Londra, dove il genio trova casa

Nel settembre del 1996, Carlo Ancelotti - allora allenatore del Parma, alle prime armi in panchina - decide che Zola non rientra nei suoi piani. Gianfranco parte allora per Londra, sponda Chelsea, per dodici miliardi e mezzo di lire. È quasi un esilio. Diventerà una resurrezione.

Stamford Bridge lo acclama dalla prima settimana. In un calcio inglese ancora ruvido, muscolare, fisicamente brutale, questo omino di centosessantotto centimetri con il ciuffo e il sorriso apre il gioco come se stesse componendo un quartetto d'archi. I tifosi blues non hanno mai visto niente del genere: punizioni che piegano le leggi della fisica, dribbling in spazi impossibili, assist di tacco che sembrano giochi di prestigio. Lo chiamano The Magic Box. E il soprannome dice tutto: non è solo un giocatore, è un contenitore di prodigi. Al primo anno viene eletto miglior calciatore del campionato inglese. Il Napoli tenta di riportarlo in Italia. Lui resta.

In sette anni vince due Coppe d'Inghilterra, una Coppa di Lega, una Coppa delle Coppe - con il gol decisivo allo Stoccarda nel maggio 1998 - e una Supercoppa Europea. La regina Elisabetta II lo nomina Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico. I tifosi del Chelsea lo votano miglior giocatore della storia del club. Non Drogba, non Lampard o Hazard: Gianfranco Zola.

Sessant'anni tondi

Poi il ritorno in Sardegna, al Cagliari, a chiudere il cerchio là dove tutto era cominciato. La carriera da allenatore, discontinua come spesso accade ai grandi giocatori. E oggi, vicepresidente della Lega Pro, impegnato a proteggere quei giovani talenti nei campionati minori da cui lui stesso era emerso.

Sessant'anni, dunque. Una vita nel pallone, con la leggerezza di chi non si è mai preso troppo sul serio e la serietà di chi ha sempre saputo cosa voleva.

In un calcio sempre più dominato dai dati, dai moduli, dal pressing forsennato e dalle valutazioni astronomiche, Zola resta un paradigma di qualcosa di perduto: la fantasia come disciplina, la tecnica come etica, il talento al servizio degli altri.

The Magic Box compie sessant'anni. Il contenitore è integro. La magia, dentro, non è mai evaporata.

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