"Il successo mi buttò giù. Pensai di ritirarmi ma decisi di sperimentare"

Lo stralcio di un colloquio con il grande maestro. Gli anni del boom in classifica, pregi e difetti della popolarità. E l'immersione nel misticismo

"Il successo mi buttò giù. Pensai di ritirarmi ma decisi di sperimentare"

Alla fine degli anni Settanta ha inizio la collaborazione con Giusto Pio, poi rivelatasi decisiva nella tua affermazione come musicista pop.

«Pio è stato il mio insegnante di violino per tre anni e in effetti è con lui che ho posto le basi per il passaggio alla canzone».

Passaggio che è avvenuto con l'album L'era del cinghiale bianco del 1979. Tra coloro che parteciparono alla registrazione di quel disco, oltre al già citato Giusto Pio, c'è Alberto Radius. In cosa è consistito il suo apporto?

«Il ruolo di Radius è stato importante in quanto fu lui a occuparsi delle chitarre (mentre al basso c'era Julius Farmer, alle percussioni Tullio De Piscopo e alle tastiere Antonio Ballista e Roberto Colombo) e perché fu nel suo studio di registrazione che l'intero disco venne inciso».

Per te L'era del cinghiale bianco segna anche l'approdo alla EMI, che resterà la tua etichetta discografica fino al 1995. Chi fu l'artefice di questo passaggio?

«A propormi alla EMI nella mia nuova veste di cantautore fu Angelo Carrara, con cui ho collaborato fino alla fine degli anni Ottanta».

È vero che La voce del padrone, primo album italiano a superare il milione di copie vendute, era considerato dalla EMI la tua ultima chance dopo il parziale insuccesso dei due LP precedenti?

«No, non è affatto vero. L'album Patriots, uscito l'anno precedente, nel 1980, aveva venduto centomila copie e il singolo Up patriots to arms era andato benone. Io, peraltro, pensavo che la mia dimensione fosse quella, ritenevo di avere già toccato il mio apice di popolarità come musicista. Non avevo idea di cosa fosse la fama. L'ho capito, con gli interessi, dopo il successo inaudito de La voce del padrone».

Come hai vissuto quel momento?

«Non bene. Volevo mollare tutto, è stato Giusto Pio a farmi desistere».

Aneddoti legati a quel periodo?

«In una discoteca sono stato letteralmente assalito, per diversi minuti, da fan impazziti che mi strattonavano di qua e di là. Finii con tutti i vestiti strappati. Dovunque andassi trovavo centinaia di persone ad attendermi. Un incubo. Una volta, addirittura, mi sono svegliato di notte, in un hotel, perché avevo sentito dei rumori: nella mia stanza c'erano delle ragazze che ridacchiavano! Qualche sconsiderato, tra il personale dell'albergo, le aveva fatte entrare. In che modo ne sei venuto fuori? Facendo l'album L'arca di Noè, che andava in tutt'altra direzione rispetto a La voce del padrone e ha quindi disatteso le aspettative del pubblico. Vendette comunque molto, ma lo apprezzarono in pochi. La gente per strada mi diceva: A Battia', non m'è mica piaciuto! Era divertente. Ed è stata la mia salvezza».

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Chi sono coloro che, a tuo avviso, hanno raggiunto le vette più alte del misticismo?

«I buddisti tibetani, il loro livello è il più elevato in cui io mi sia mai imbattuto».

Uno dei cardini del buddismo è il superamento della materia. Questo tema si ritrova spesso nelle tue opere, compresi i tuoi film. Penso all'anziano Beethoven che, in Musikanten, malgrado tutti gli acciacchi fisici e la grave limitazione all'udito, non può fare a meno di comporre e, in tal modo, di tendere verso l'alto.

«Liberarsi dalle catene della materia è fondamentale. Anche il nostro corpo è spesso un fattore che ci lega. Ricordo che una volta Michelle Thomasson, la moglie di Henri Thomasson (il quale fu uno dei principali discepoli di Georges Ivanovic Gurdjieff, il grande mistico e filosofo armeno capace di elaborare un sistema che ha reso accessibile a noi occidentali tanta sapienza orientale), essendo stata urtata da qualcuno cominciò a sanguinare copiosamente dal naso. Be', Michelle seguitò a parlare con la massima indifferenza, limitandosi a togliersi il sangue dal viso con la mano. Un esempio di controllo assoluto di sé, e di distacco dalle cose corporali, che non dimenticherò mai».

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Ritieni di avere fatto qualche errore, nella tua carriera?

«Certamente, com'è inevitabile ho commesso non pochi errori. Ma sono proprio gli sbagli ad aggiustarti il tiro. La cosa affascinante della nostra presenza su questo pianeta, per quanto illusoria essa sia, è la possibilità di effettuare delle comparazioni. È decisivo imparare a capire se una persona sia per te positiva oppure no: se sotto questo aspetto non sei svezzato, puoi finire in balìa di qualsiasi cialtrone».

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