Sul web i prof danno lezioni di violenza

La discussione sulla riforma della scuola sfocia in un delirio antisemita. Nel mirino un consulente del ministro Gelmini: "Puparo ebreo". Poi l’accostamento agghiacciante con il giuslavorista Biagi

Comedonchischiotte.org è un blog. E i blog oggi sono ritenuti una delle massime, se non proprio la più alta, espressione della democrazia. Nei blog la discussione è sempre aperta: chi vuol dire la sua, la dice. Ieri, su Comedonchisciotte.org andava forte la riforma Gelmini o, per essere esatti, il progetto per la formazione iniziale degli insegnanti elaborato dalla predisposta Commissione ministeriale. Scriveva un bloggista: «I due killer della destra italiana Brunetta e Gelmini hanno lavorato di mazza e di bulino per dequalificare il welfare, l’offerta della scuola pubblica, privatizzare parte della pubblica amministrazione e attaccare e criminalizzare con una prolungata campagna di diffamazione e di ingiurie (fannulloni) i lavoratori pubblici, per scompaginarli e ridurne il peso sociale». Concludendone: «Con l’attacco al lavoro intellettuale la destra italiana scompagina un settore tra i più attivi della democrazia sociale del Paese. La scuola italiana è sempre stata un sostegno alla libertà e al progresso civile. Il rancore velenoso che la destra ha sempre avuto contro la scuola ivi inclusi i testi scolastici «comunisti» finalmente si sfoga pienamente». Il dizionario - «killer della destra», «criminalizzare», «rancore velenoso», «campagna di diffamazione e di ingiurie» - e il riferimento alla «democrazia sociale» (quella, per intenderci, che legittima il furto nella versione di «esproprio proletario») lasciava già intendere dove il popolo del blog intendeva arrivare. E invece si è andati oltre l’immaginabile. Nel bel mezzo della discussione un bloggista butta infatti là: «La Gelmini a questa riforma sta dando solamente il nome e la faccia. In realtà, l'artefice dietro le quinte di essa, il puparo, è l'ebreo Giorgio Israel. Come lo era Biagi, il riformatore della legge del lavoro, come lo è quel nano malefico di Brunetta».
Le opinioni non si discutono e il blog, si insiste a dire, è libertà d’espressione allo stato puro, gioiello che non può venir scheggiato da una qualsivoglia forma di censura. Ma nel nostro caso l’anonimo bloggista non esprimeva un giudizio, un punto di vista. Rendeva note le coordinate di un bersaglio indicando nel professor Giorgio Israel l’effettivo responsabile, il «puparo», dell’«attacco al lavoro intellettuale». Qualificandolo, con sprezzo, ebreo e apparentandolo a «quel nano malefico» di Renato Brunetta e a Marco Biagi. Un accostamento, quest'ultimo, che suona sinistro, visto la fine che fece il giuslavorista, caduto sotto il piombo degli apologeti della «democrazia sociale».
«Le parole sono pietre - ha dichiarato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, appena venuto a conoscenza dei fatti - e possono ancora una volta determinare il clima nel quale qualcuno può rinnovare la follia del lungo terrorismo ideologico italiano. Ciò significa non abbassare la guardia e pretendere che anche la polemica più aspra rispetti le persone e sia contenuta nei termini di un confronto civile». Gli fa eco il vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello: «Chi a sinistra si era illuso di poter imbrigliare del tutto le tentazioni di un autunno caldo in un quadro di pacifica e fisiologica dialettica democratica dovrà prendere atto di aver coltivato un’idea quanto meno illusoria». Con tutto il rispetto per Sacconi e per Quagliarello, così non va. Confronto civile? Dialettica democratica? Con quella gente lì, con quei cecchini purtroppo non metaforici? È di galera che caso mai si dovrebbe parlare. Perché è certo che nella vasta e indeterminata area dell’obbligatorietà dell’azione penale, il magistrato non distratto troverebbe più di una giustificazione per aprire un fascicolo sul caso. L’aspirazione a conformarsi al bon ton istituzionale, con tutti i suoi minuetti e le sue riverenze, è comprensibile e lodevole. Ma non con gente come quei bloggisti anonimi o forse sarebbe meglio dire in clandestinità. Se, come ammette Quagliarello, il riferimento a Giorgio Israel «rivela quanto dal brodo di coltura dell’estremismo traggano ancora alimento le radici dell'antisemitismo e dall'altra evidenzia mai sopiti segnali di violenza che nel nostro Paese sembrano ineluttabilmente destinati ad accompagnare ogni progetto riformista», le chiacchiere stanno zero. Serve la voce grossa dello Stato, serve tagliar l’erba sotto i piedi all’eversione armata e omicida. Serve prenderli, quelli che si agitano nel brodo di cultura dell'estremismo, e schiaffarli in galera (per poi tenerceli, possibilmente).