"Il teatro vive di tiranni perché la parola del re diventa subito realtà"

Sulle scene ha interpretato e diretto i potenti più celebri: "La leadership non è follia né un cliché, ma un modo di essere umani"

"Il teatro vive di tiranni perché la parola del re diventa subito realtà"

Macbeth, Riccardo III, Edipo, Enrico IV, Claudio, Lear, Faust, Otello e persino Medea: la lista è lunga. Sono i personaggi di potere, tiranni e re, condottieri, demoni, patriarchi che l'attore e regista Franco Branciaroli, classe 1947, ora in tournée con Pour un oui ou pour un non di Nathalie Sarraute insieme a Umberto Orsini, ha interpretato e spesso diretto. Molte prodotte dal Teatro degli Incamminati e messe in scena con la collaborazione del Centro Teatrale Bresciano, sono interpretazioni che dimostrano come la leadership non sia un cliché, ma un modo di essere umani, risultato di carattere, strategia, cultura e quasi mai di nevrosi o psicosi.

La voce del tiranno è un urlo o un sussurro?

«La voce del tiranno è irriducibile a uno stereotipo. Prendiamo Macbeth: si dice di lui Assetato di potere criminale, con moglie fedifraga. Falso. Nessun uomo di potere è solo potere. Nessuno sa nemmeno che cosa sia, il potere».

Chi è allora Macbeth?

«Macbeth diventa così per una ingiustizia subìta: all'inizio della tragedia il re di Scozia viene salvato dall'eroe Macbeth. Però quando il re deve nominare il suo erede, guarda un po', nomina il proprio figlio. Il che non è normale: in Scozia il trono si ottiene per valore. Il vero successore è Macbeth, che capisce che proprio il suo eroismo gli ha precluso la linea ereditaria».

Le ragioni del potere sono sempre concrete?

«Il potere non è mai gratuito: non esiste una drammaturgia seria dove ci sia un pazzo demente che si mette ad ammazzare a destra e sinistra così a caso o per appropriarsi della corona. Dalla comprensione di questo equivoco nasce l'interpretazione affascinante oppure stupida: se il regista non sa mostrare le ragioni del potere, in scena vedrai solo un coglione che sbraita, che pugnala con le mani piene di sangue. E tutto verrà giustificato con il potere».

Il potente ha un corpo peculiare?

«Anche qui attenzione agli stereotipi: se ti descrivono come un guerriero, sembri obbligato ad avere un fisico. Ma ci sono eccezioni illustri. Il teatro di Shakespeare non prevedeva corrispondenza, come l'opera lirica: il primo attore pesava 120 chili e aveva la pancia».

Quindi l'uomo di potere in scena è prima di tutto un uomo.

«L'uomo di potere è più di un uomo, è l'Uomo: non esisterebbe la civiltà se non ci fosse il potere. Gli animali hanno al massimo il capobranco. Oggi va di moda vedere il potere come negativo, eppure seleziona le qualità e risolve la storia in momenti terribili. Hitler non era un pazzo: era il vicino di pianerottolo che dimostra che succede quando il potere assoluto va in mano a uno come noi, un piccolo borghese che non viene da una dinastia di uomini abituati a gestirlo».

Con la regia di Luca Ronconi lei ha interpretato Medea di Euripide. Il potere ha un genere?

«Definire Medea donna di potere è inesatto: di fatto ce l'ha incorporato, perché è una divinità, nipote del Sole. Passa per essere una protofemminista, ma anche questo non è affatto vero: arriva in palcoscenico con le mani lorde del sangue del fratello, in Grecia è un'assassina e dovrebbe essere punita, invece avvelena anche la regina e poi ammazza i figli. Per far comprendere questo personaggio era necessario togliere di mezzo la donna come la intendiamo, perché l'equivoco di ottenerne una storia di scopate, tradimenti e corna era in agguato».

Se invece al suo posto c'è un uomo tutto cambia?

«Il pubblico può dire: questo qui è vestito da donna, usa la femminilità per i suoi scopi. E Medea porta tutte le donne di Tebe dalla sua parte, tradisce i suoi valori, prova dolore. È il personaggio che più fa presagire l'arrivo di un dio uomo».

Perché il potere assoluto a teatro è così efficace?

«Perché un nemico del teatro è la democrazia. Il re ha la parola-azione: se dice Io ti taglio la testa, la testa viene tagliata. Questa è la forma teatrale più potente che ci sia: la parola del re è parola vera, non è virgolettata. Il linguaggio perde di potere mano a mano che diventa mediato: si democratizza e diventa ambiguo, imperfetto, fa sfuggire i significati».

Un testo che sul potere dice tutto?

«Edipo Re. Tutto quello che abbiamo citato finora sul potere, Edipo lo conquista: stima di sé, vittoria sulla Sfinge e sulla discordia, una donna splendida. Poi, il potere stesso gli crolla addosso, perché lui non sa ascoltare. Finisce isolato, nel suo giardino, si acceca addirittura, per non partecipare mai più a nulla. È la vera parabola del potere».

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