in questi giorni è nella sua Sirolo, anche se vive da anni a Milano, dove nel 1992 ha fondato, con la moglie Elena Palossi, lo Studio di scenografia Larghe Vedute. «Sono uno degli ultimi pittori scenografi. Elena e io ci siamo conosciuti a Sirolo, dove nasceva il Teatro alle Cave creato da Franco Enriquez, Valeria Moriconi, me e altri giovani: ci ispiravamo alla ricerca degli anni 70». Il Teatro delle Cave è rimasto un ricordo, ma nella città marchigiana Larici ha dato vita al Premio Franco Enriquez, ispirato alla figura del regista e lirico fiorentino (1927-1980). Nel teatro Cortesi, il 15 luglio è iniziata la XXII edizione del Premio Enriquez, - dieci appuntamenti tra anteprime, spettacoli e convegni - che culminerà il 30 agosto con la premiazione di 14 fra attori e registi e tre compagnie in varie categorie sotto il tema «Il Teatro, una via per la Pace», spettacoli «di impegno sociale e civile» secondo l’inclinazione registica di Enriquez. Il premio alla carriera andrà a Andrée Ruth Shammah che ha fondato e dirige il Teatro Franco Parenti, mentre quello di miglior attore andrà a Lino Guanciale per la sua interpretazione di Totò nel «Miracolo a Milano», produzione del Piccolo Teatro. Premi anche a Emilio Russo e Andrea Mirò per il Teatro Classico Contemporaneo, sezione Regia per «Gli Innamorati» di Goldoni, produzione Tieffe Teatro Menotti. Premiati «I Persiani» di Eschilo, Produzione del Teatro di Calabria «Aroldo Tieri», regia di Aldo Comforto. E Gianni Forte, ora direttore artistico dei Teatri di Bari, come Giuseppe Girò, del Teatro Greco di Tindari in Sicilia. Oltre allo Spazio Diamante di Roma.
Paolo Larici, Milano è ancora la capitale del teatro?
«Senza dubbio. A Milano c’è una politica del teatro diversa, Roma non è più capitale del teatro, né del cinema. Da 4-5 anni Milano è il massimo».
Precedentemente il primato a chi spettava?
«Milano lo ha sempre mantenuto, ma ora ha anche la capacità di avvicinare vari tipi di pubblico: i teatri non sono solo sale per spettacolo, ma luoghi in cui si comunica. Il Franco Parenti è un esempio. Altrimenti il teatro esce dalla società: per restarci deve avere una proposta superiore a quella tivù che oggi è a un livello indegno. Solo talk, intrattenimento, una sconfitta; mentre non lo è il fermento di proposte teatrali su Milano, anche per i giovani. Che sono quelli su cui si deve lavorare di più».
Ottengono un loro spazio?
«Non sono vuoti, come vogliono farci credere. Hanno una loro identità, sono più pragmatici di noi, concreti, non sono assenti dalla realtà».
E come lavorano?
«Vogliono parlare di attualità, senza concentrarsi sui finanziamenti: i bandi sono un meccanismo complicato, svilente. La creatività diventa due righe, due parole. Detto ciò a Milano ci sono più possibilità per i giovani perché gli assessorati aiutano. E non soltanto a livello economico».
Come spiega la vivacità teatrale milanese fin dalla nascita del primo teatro pubblico, il Piccolo, nel ’47?
«Milano è sempre stata capofila. Un’identità cosmopolita, tutto si contamina e c’è una cultura di libertà. Fin dalla nascente televisione del 1954, quando Enriquez debutta con il teatro in Rai in corso Sempione. Quando la Rai si sposta a Roma questo centro polivalente finisce, compreso il teatro in tv».
Che il pubblico apprezzava.
«Sì, la tv era un veicolo: il teatro era vivo ed entrava nelle case degli italiani. Oggi i canali tematici sono usati soltanto come teca. Quando c’è la Prima della Scala, c’è la diretta rai: perché non si fa la stessa cosa con tutte le prime delle sale di Milano, Roma, Torino, Firenze».
Il «Premio Enriquez» esalta il teatro come luogo di valori e di pace.
«Il ruolo del teatro deve essere questo: la sua parte scritta non può che affrontare certe tematiche attuali».
Perché non c’è un Premio Enriquez per la scenografia?
«Perché non ci sono scene degne: la scena non fa più parte della comunicazione del teatro».
Enriquez guardava oltre, di questa mentalità cosa rimane oggi?
«Ha reso il teatro un progetto di unione. La stabilità sta nella comunicazione tra culture».
