Quelle aziende "indistruttibili": "Così il digitale le ha salvate"

Mirko Pallera, fondatore di Ninja Academy, spiega a ilGiornale.it come la tecnologia ha aiutato le aziende a ripartire dopo la pandemia

Quelle aziende "indistruttibili": "Così il digitale le ha salvate"

A un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, percepiamo una luce in fondo al tunnel. Ma dal primo lockdown al contestato sistema a colori, il coronavirus ha rappresentato un vero disastro per l'economia. Eppure c'è chi è riuscito a non farsi abbattere, sfruttando quello che probabilmente rappresenterà un vero e proprio cambiamento epocale nella gestione delle aziende, del lavoro, della vita.

Ne abbiamo parlato con Mirko Pallera, imprenditore del digitale e della formazione al digitale, divulgatore e giornalista, ma soprattutto fondatore prima di Ninja Marketing (un osservatorio che dal 2004 racconta il mondo del web e della pubblicità non convenzionale) e poi di Ninja Academy, azienda che dal 2010 si occupa di formare (anche in e-learning) alle nuove tecnologie. "Antesignano del south working", come lui stesso si definisce, Pallera da qualche giorno è in tour per l'Italia con il suo Ninja Van, un camper ipertecnologico grazie al quale gira il Paese alla ricerca delle "unbreakable companies".

Lei segue da ormai 15 anni il mondo del digitale. Crede che la pandemia abbia cambiato il modo di lavorare? E serviva una pandemia per avere una svolta anche in Italia?

"Beh, ne avremmo fatto sicuramente a meno. Però la pandemia ci ha costretto a renderci conto che internet è come l'acqua, come le strade, come i ponti. È chiaro che se non ci fosse stato internet durante il lockdown sarebbe stato un disastro molto più grande in termini economici e relazionali. Si è scoperto persino l'e-learning nella scuola pubblica... Prima aveva anche poco senso. E nonostante anche oggi per me non abbia senso (perché la scuola deve essere in presenza), questo è servito per dare consapevolezza a tutte le famiglie italiane dell'esigenza di dotarsi di competenze minime e device adatti. Hanno imparato anche i nonni".

Lo smart working è stato vissuto inizialmente come un'imposizione. Secondo lei si tornerà tutti in presenza come prima?

"No, non si tornerà come prima. Già qualche mese prima della pandemia ho un intervistato un imprenditore che vive a Bali e ha un'azienda completamente delocalizzata. Già allora mi diceva: 'ragazzi, il lavoro come lo immaginate voi è totalmente finito: siete voi che siete indietro'. Dello smart working si parlava già da qualche anno, però pochi capivano. Ora però c'è un desiderio fortissimo di lavorare da casa: ho visto qualche statistica e il 70-80% delle persone non vuole tornare in presenza. È vero che stare coi colleghi ha un vantaggio innegabile soprattutto per chi ha delle case non adatte, però il fatto di potersi gestire il tempo diversamente, di non dover fare la corsa in ufficio e risparmiare a volte anche una o due ore al giorno è una cosa positiva per il benessere delle persone".

Ha la percezione che questo concetto sia ormai assodato anche a livello di dirigenza?

"Certo. Le aziende stanno risparmiando delle cifre impensabili sui costi della struttura. Perché pagare uffici e spostamenti costosissimi e che rappresentano una buona parte delle uscite di un'azienda? Non si torna più come prima: ci saranno uffici più piccoli senza scrivanie fisse perché rimane l'identità aziendale, ma non si torna più indietro. Si sta sempre sul chi va là, ma gli uffici sono rimasti vuoti per quasi due anni... Molti li hanno già chiusi".

Crede che il digitale stia permeando un po' tutti settori?

"Sì, ad esempio tra le aziende che sto incontrando in questi giorni c'è L'orto di Barbieri, un'azienda agricola tradizionale che durante il lockdown si è reinventata grazie alla comunicazione diretta con i clienti, prima andando a portare le cassette di frutta a chi era in situazione d'emergenza e poi strutturando un suo e-commerce. E oggi è un'azienda che distribuisce da Bologna a Modena, fino a Milano. Piuttosto che vendere alla grande distribuzione hanno fatto un passaggio al digitale che ha portato dei grandi benefici a tutta l'azienda".

In poche parole cosa sono le unbreakable companies?

"Sono aziende che non hanno paura di abbracciare le novità. E anzi sono proiettate a tutto ciò che è nuovo e per questo sono in grado di adattarsi velocemente e in tempi realistici agli scenari che cambiano. questo le rende in grado di prevedere il futuro e addirittura di cavalcarlo e avere dei vantaggi attraverso il cambiamento. Sono aziende in qualche modo libere, che hanno ancora l'autonomia e la libertà di seguire la propria strada, cosa che è stata tolta ad altri".

Per la sua esperienza ci sono settori in cui questo spirito di cambiamento è più forte o è più trasversale?

"Non è trasversale perché questo approccio al cambiamento è più tipico della mia generazione e quelle successive. Però non credo sia tanto una questione generazionale. È chiaro che alcuni settori sono più tradizionali e quelli che hanno meno a che fare con la tecnologia hanno avuto più difficoltà ad entrare in una logica completamente digitale. è vero che erano arrivati già i social media da qualche anno, quindi bene o male tutti si erano affacciati in questo mondo. quindi chi aveva già iniziato con le sperimentazioni ha accelerato quel processo. Altri si sono trovati di fronte a un muro".

Ha scovato altre storie emblematiche?

"C'è un pasticcere, Luigi Biasetto, che mi ha colpito perché durante il lockdown ha iniziato a usare piattaforme di distribuzione per consegnare i propri dolci. E così è riuscito persino ad aprire i propri mercati fino a Miami e San Francisco, trasformando tutto questo in una grande opportunità. Poi ci sono altre aziende come ad esempio Filmmaster che ha dovuto reinventarsi: immaginate quanto sia difficile per un'azienda che fa eventi fisici capire come sostituire il proprio business con qualcos'altro e rifocalizzare la propria strategia di business. Ma i momenti di stop ti permettono di pensare a dove si è e dove si vuole arrivare. Altre aziende le sto scoprendo man mano, girando l'Italia".

L'obiettivo del tour qual è?

"Quello di raccontare le aziende in vista della N-Conference del 27-28 maggio a Milano. Il mio tentativo è soprattutto quello di incoraggiare le imprese e i professionisti a cercare di trovare nuove strade per costruire un futuro. Sono convinto che si sono distrutti dei mercati, ma se ne sono costruiti di nuovi. L'importante è non arrendersi. Questo è un po' il messaggio che voglio raccontare. È un messaggio di libertà e di divertimento simboleggiato anche dal van con cui sto girando il Paese. Sarà un evento formativo gratuito organizzato da Ninja Academy per permettere a più persone possibili di guardare il futuro. Poi faremo un white paper in collaborazione con l'università Iusve che sarà poi la sintesi del nostro report di visione. Il prossimo step è raccontare quello che verrà dopo e il mio consiglio è di tenere sempre gli occhi aperti, continuare a credere che il futuro possa essere in qualche modo positivo nonostante tutte le contraddizioni della tecnologia. Sappiamo che ha anche risvolti negativi, quindi il compito che mi sono dato è quello di portarla a nostro vantaggio. Ci sono tanti aspetti su cui sono molto critico, dalla scuola totalmente digitale fino al controllo delle grandi aziende".

Al solito, è meglio sfruttare la tecnologia che farsi sfruttare da essa?

"È proprio questo il punto. È quello che stiamo raccontando insieme ai nostri speaker come Maria Grazia Mattei, direttrice del Meet, la scuola che ho intervistato, Little Genius, che insegna ai bimbi come essere creativi con la tecnologia, la matematica umanizzata di Fabio Ferrari e tanti altri".

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