«Il terzo polo? È inutile Da moderato passo al Pdl»

RomaMario Baccini è tra i fondatori del Pdl, ma fino a ieri era deputato del gruppo misto, al quale era approdato quando aveva lasciato quello dell’Udc. Da ieri siede tra i banchi del Pdl. Una scelta dettata dalla convinzione che il terzo polo non esista. E da due scommesse: riportare i temi propri dei moderati, come l’economia sociale di mercato, al centro dell’attività parlamentare del Pdl. E poi favorire un «dialogo serrato» con Fini e con Casini.
Perché proprio ora?
«La decisione è nata da diversi incontri con il presidente del gruppo Fabrizio Cicchitto. E dalla convinzione che gli interessi del centrismo si tutelino meglio nel Pdl. Penso a un’attività legislativa che traduca in fatti concreti gli interessi dei moderati e dei cattolici, un tempo centrali».
Perché c’era la Dc?
«Più in generale, c’era gruppo sociale economico e politico sotto l’egida di tutti i partiti che, semplificando, si possono definire del pentapartito. Ora quel valore è disperso. Bisogna evitare che i cattolici e i centristi vengano esibiti come trofei nei convegni e nei salotti e restituirgli uno spazio».
Ultimamente sembra che i centristi siano più tentati dal terzo polo. Lei no?
«La mia valutazione è stata opposta. Il terzopolismo non è utile. Bisogna iniziare a chiederci come mai il centrismo è morto nel nostro Paese e la risposta è che non ha più fatto riferimento alla dottrina sociale della Chiesa. Il centrismo politico non sfonda, non ha più quella vocazione naturale che lo portava ad essere il punto di riferimento della maggioranza degli italiani».
È quindi il Pdl è il naturale approdo per un moderato?
«È l’unico elemento positivo della politica italiana. Il centrismo ha spazio solo nel Pdl. È l’unica sede per tutelare gli interessi economici e sociali dei moderati».
Nel Pdl ultimamente non sono mancate fibrillazioni. La sua non può sembrare una scelta controcorrente?
«Proprio la crisi della politica mi ha fatto scegliere di aderire. È un momento difficile, ma la mia è una scelta fatta per convinzione. Nel gruppo del Pdl intendo portare avanti una linea che veda il recupero della dialettica interna con Gianfranco Fini e, all’esterno, apra sul tema delle riforme a Pier Ferdinando Casini».
E su che base pensa si possa recuperare l’Udc?
«Con l’apertura a un bipolarismo non più bipartitico, ma di coalizione. Il partito di Casini può riavvicinarsi al Pdl sulle riforme anche perché ha un comune riferimento nel Partito popolare europeo».
Lei pensa sia possibile che l’Udc rientri nel centrodestra già a partire dal questa legislatura?
«Non credo ci sia una disponibilità né di Berlusconi né di Casini a fare rientrare l’Udc nel governo. C’è invece un interesse comune a fare riforme che servano al Paese. Riforme che possono diventare la base per posizionare con chiarezza il nuovo partito di Casini».
È sicuro che ci sia compatibilità?
«Con l’azione di Berlusconi e Tremonti, l’Italia ha dimostrato di avere capacità e competenze che hanno aiutato molto nella soluzione della crisi greca. L’Italia si è ricollocata come protagonista nello scenario internazionale. Poi non si può non vedere come il governo abbia deciso di sostenere l’economia sociale di mercato e l’inscindibilità tra etica ed economia. Queste sono cose che fanno parte del patrimonio dei moderati».

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