Un testimone smonta l’autodifesa del direttore

nostro inviato a Terni

Stamattina il gip ternano Pierluigi Panariello deciderà se accordare o rigettare la richiesta di accesso agli atti relativi al fascicolo processuale che ha visto il direttore di Avvenire Dino Boffo ricevere un decreto penale di condanna per molestie, che il giornalista accettò senza presentare opposizione, e dunque senza arrivare alla fase processuale. A differenza del patteggiamento (che non implica accettazione di colpevolezza e non può essere utilizzato in altre sedi giudiziarie) il decreto penale è una condanna preventiva alla quale Boffo, ritenendosi innocente, avrebbe potuto opporsi, decidendo di andare a processo. Ma non l’ha fatto.
A chiedere la visione di quelle carte, spiega il magistrato umbro, sono stati alcuni giornalisti e anche «il diretto interessato». Che, peraltro, di quelle carte dovrebbe già essere in possesso in quanto indagato e poi condannato. Il via libera non è scontato. Già il politico e giornalista Mario Adinolfi anni fa, come ha raccontato lui stesso, chiese di prendere visione del fascicolo, ma il gip dell’epoca gli negò l’accesso agli atti, motivando la decisione col fatto che Adinolfi non avrebbe avuto un interesse diretto nel procedimento. Questa decisione non è vincolante per Panariello, che potrebbe optare per il sì nel caso in cui il giudice per le indagini preliminari ritenga che vi siano nuovi elementi per giustificare il placet alla visione delle carte. Come, per esempio, l’ampia attenzione pubblica sulla vicenda.
Intanto proprio il gip «anticipa» che nel fascicolo non ci sarebbero riferimenti alle inclinazioni sessuali del direttore di Avvenire e ai suoi rapporti con il marito della donna che lo fece condannare per molestie. Non ci sarebbero nemmeno intercettazioni, ma un buon numero di tabulati telefonici relativi all’utenza aziendale mobile che era nella disponibilità di Boffo. Il direttore del quotidiano dei vescovi fu coinvolto nella vicenda sette anni fa, nel 2002, quando una signora ternana sporse denuncia ai carabinieri, raccontando di aver subito telefonate moleste da un uomo. I militari svolsero accertamenti su quell’utenza mobile, che risultava intestata a Dino Boffo, il quale chiamato a rendere conto avrebbe spiegato che il cellulare non era nella sua esclusiva disponibilità, ma che anche altri redattori lo utilizzavano. Ma, acquisiti i tabulati, gli uomini dell’Arma trovarono molte chiamate in uscita riferibili a Boffo. Elementi che fecero convincere il pm della colpevolezza del giornalista, tanto da chiedere al gip un decreto penale di condanna, ottenendolo. Giallo anche sull’altra ipotesi di reato, quella di ingiurie, la cui querela poi sarebbe stata rimessa.
Secondo fonti della procura di Terni nel fascicolo non vi sarebbe traccia di accordi tra Boffo e la signora per la remissione. Ma emergono nuovi dettagli anche sul ragazzo tossicodipendente, William B., ex redattore del canale satellitare Sat2000, che Boffo - stando a quanto raccontato sul Corriere della Sera - avrebbe indicato essere il reale autore di quelle telefonate moleste alla signora ternana. Ma quel giovane collega di Boffo (la cui morte per droga innescò proprio nel 2002 un’inchiesta sulla cocaina che coinvolse diversi vip), giura un suo amico, «non era omosessuale, non è mai stato in comunità di recupero, tantomeno quella di don Gelmini, e non mi risulta che avesse interessi di alcun genere a Terni». E soprattutto, continua l’amico del ragazzo che Boffo dice di aver «coperto», «mi sembra incredibile, inverosimile che Boffo, per proteggerlo, abbia addirittura deciso di non opporsi a una condanna per molestie».
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