«Torna sempre in quella “cella” perché le manca il suo aguzzino»

Dottoressa Isabella De Martini, Natasha Kampusch torna spesso nella casa dove è stata prigioniera. Come si deve interpretare?
«È un caso molto raro e preoccupante. Ha sviluppato la Sindrome di Stoccolma anche nei confronti della casa, delle cose che si collegano alla sua prigionia. Ecco perché torna lì. Quello che non sappiamo è cosa fa una volta in casa. Magari piange per giorni da sola».
Cos’è la Sindrome di Stoccolma?
«Significa innamorarsi dei propri aguzzini. Succede spesso, ma difficilmente si estende alle cose. Per lei invece è accaduto. Era una bambina di 10 anni, in lei agiva il senso di colpa».
Si sentiva in colpa?
«Sì, credeva di essere lei ad aver provocato un interesse nel suo aguzzino, di averlo provocato. Succede nella maggior parte delle vittime di abusi».
Cosa cerca tornando lì?
«Ha bisogno di colmare un vuoto. Priklopil le manca molto. Per questo quando l’uomo si è ucciso lei ha pianto. E durante le interviste non ha mai parlato male di lui».
Oggi Natasha è una star.
«Natasha è una ragazza dissociata, la notorietà ha solo peggiorato le cose. Non le hanno dato il tempo di elaborare il lutto, di capire veramente cosa le fosse successo. Gli psicologi l’hanno data in pasto alle telecamere e giornalisti. Hanno completato il disastro».
Come vede il suo futuro?
«Non bene. È una ragazza disturbata, la sua schizofrenia è a tre facce, le sue tre vite: l’infanzia, la prigionia e la vita da star. E lei non ha ancora deciso quale Natasha sarà da grande. E da quello che lei stessa ci fa capire, la sua infanzia è stato un periodo bruttissimo».
Per questo si è legata a Priklopil?
«Si certo. I bambini scelgono sempre il meno peggio. Per legarsi così a lui si vede che in famiglia stava peggio, per questo, una volta libera, non ha cercato la sua famiglia».
E quali sono le altre vite di Natasha?
«Quella con il mostro dove si è convinta di vivere una favola. Lei interpretava la casalinga perfetta, lo aspettava la sera. E ora la star. Ma quando qualcuno si prenderà davvero cura di lei?».

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