Il tragico e il comico di Beckett, due tempi di un’unica partita

Il regista: «Un’opera-mondo, una visione di quello che è l’uomo e una profezia di ciò che siamo diventati»

Nessuno voleva metterlo in scena, nonostante il successo di Aspettando Godot. E anche quando Roger Blin aiutò il signor Samuel Beckett a rappresentare Finale di partita a Londra nel 1957, le critiche furono per lo più negative. Nessuno si immaginava che sarebbe diventato il capolavoro dell'autore irlandese e, col tempo, della drammaturgia moderna. Allora il testo era troppo distante dal gusto del pubblico medio, e ancora oggi Beckett è uno degli autori meno rappresentati in Italia.
Eppure quando va in scena l'autore «difficile», subito riscuote successo di pubblico e critica. Così è stato per il Finale di partita interpretato e diretto da Franco Branciaroli che dopo tre stagioni di tutto esaurito nei maggiori teatri italiani torna a Milano al Franco Parenti dal primo al 6 aprile.
«Il centenario è stato solo un pretesto - spiega il regista ricordando il debutto nel 2006 a Roma -. In realtà Beckett è stato per me formativo: le sue opere fanno comprendere il suo teatro, soprattutto come la sua tragicità stringa la mano alla comicità». Per questo, perché il tragico e il comico in Beckett sono il recto e il verso della stessa medaglia, Branciaroli ha scelto di dar risalto alla chiave comica dell'assurdo beckettiano dando al protagonista Hamm la voce dell'ispettore Clouseau. «Qui la tragedia della perdita di riferimenti per l'uomo moderno diventa formalmente una successione casuale di gags, citazioni, ripetizioni. Ho voluto far scoppiare il tragico del testo per via comica». Del resto, «niente è più comico dell'infelicità», recita la battuta e la sintesi principale del testo.
Così, l'allestimento dello spettacolo, secondo le precisissime didascalie di Beckett, punta proprio a dare risalto all'impossibilità del mondo-superstite di comunicare e, nello stesso tempo, alla sua condanna di continuare a produrre parole e rumore, quasi che il silenzio coincidesse con la morte. Chiuso ciascuno nella propria infermità - motoria, linguistica, visiva quella di Hamm, solo motoria quella del suo servitore Clov, pre-agonica quella dei genitori - lo spettacolo scopre le molte sfaccettature del testo beckettiano. «Un'opera-mondo, una visione di quello che è l'uomo e anche una profezia di quello che siamo diventati - continua il regista -. C'è un residuo di speranza, una sorta di nostalgia del sacro in Beckett. Non a caso il testo è colmo di riferimenti biblici».


Parte integrante della regia, la scena disegnata da Margherita Palli, che al vuoto esistenziale beckettiano dà concretezza sospendendo l'azione su un vuoto fisico, e le luci di Luigi Saccomandi che, totalmente allampanate e inverosimili, rendono sensibile la consistenza antinaturale di ogni residua esistenza.
Finale di partita di Samuel Beckett
fino al 6 aprile
Teatro Franco Parenti
via Pier Lombardo 14
tel. 02/599944700

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