"Le trame di Tonino per incastrare Mastella"

Secondo un finanziere l’ex pm ha segnalato ai giudici il possibile coinvolgimento del leader Udeur in un’inchiesta su una truffa. Uno degli indagati denuncia: al mio processo uno dei testi ha detto che gli hanno dato un verbale col nome del politico già scritto

nostro inviato a bari

Un piano ordito a tavolino da Antonio Di Pietro per incastrare l’ex ministro Clemente Mastella? Pur con tutte le cautele del caso, l’interrogativo serve a sviscerare sia un’interrogazione parlamentare preannunciata dal senatore del Pdl Domenico Gramazio, sia l’agghiacciante documentazione depositata alla procura di Bari da un imprenditore di Termoli, Alessandro Giorgetta, un tempo amico dello stesso Di Pietro, già arrestato dalla procura di Larino, a tutt’oggi sotto processo per truffa ai danni dello Stato. La vicenda è semplice, all’apparenza terrificante. Nell’ottobre del 2003 (Mastella era leader Udeur) i pm del piccolo centro molisano danno il via all’operazione Piramide che ipotizza un colossale raggiro ai danni dei contribuenti da parte di un ristretto comitato imprenditoriale locale che avrebbe percepito erogazioni pubbliche senza realizzare le aziende previste (che solo poi, invece, si scopriranno esser state effettivamente realizzate). A capo della presunta organizzazione delinquenziale vi sarebbero stati i fratelli Alessandro e Mauro Giorgetta accompagnati da un consulente, da un tecnico e da un amministratore di una società fornitrice. L’ordinanza d’arresto segue uno strano decreto di sequestro di tutta la documentazione contabile riferita alle varie aziende dei fratelli Giorgetta, sequestro poi annullato dal tribunale del Riesame anche perché, nel decreto, il reato contestato non veniva evidenziato. Dopo le manette, però, scatta un nuovo sequestro preventivo dei beni di proprietà e delle imprese. I fratelli Giorgetta si fanno qualche mese di carcere, quindi escono per decorrenza termini e in attesa dell’inizio del dibattimento si danno da fare per recuperare le carte utili alla difesa, sequestrate in gran parte dalla guardia di finanza. Alessandro è il più attivo. A forza di fare avanti e indietro con la tenenza della Gdf di Termoli, entra in confidenza con l’inquirente che ha coordinato le indagini. Al punto che agli inizi del 2005 il sottufficiale gli confessa che dietro alle sue disgrazie ci sarebbe Antonio Di Pietro, interessato non tanto a infierire su di lui, quanto piuttosto a coinvolgere nell’affaire Clemente Mastella che è di casa dalle parti (Benevento) dove insistono gli stabilimenti dell’imprenditore al centro delle indagini. Possibile? Vero? Falso? Giorgetta - come riferisce l’interpellanza parlamentare e come si legge negli incartamenti consegnati alla procura di Bari - pensa a un colpo di sole del coordinatore delle indagini. Lascia cadere il discorso, ma qualche giorno dopo, lui che il politico di Ceppaloni non l’ha mai visto e conosciuto, torna alla carica col sottufficiale. «Dimmi un po’... com’era quella storia di Mastella che mi accennavi l’altra volta?». Il finanziere, si legge dalle carte, gli conferma che il procedimento pur avendo tratto origine da una segnalazione dell’Agenzia delle entrate per alcune anomalie contabili «in realtà riceveva l’impulso a seguito di una segnalazione dell’onorevole Di Pietro indirizzata alla procura della Repubblica di Larino con la quale l’autorevole politico avanzava l’ipotesi che nell’inchiesta vi fosse il coinvolgimento dell’onorevole Mastella». L’operazione non a caso si sarebbe chiamata Piramide perché la base, a detta del finanziere, doveva essere rappresentata dagli indagati, e il vertice doveva essere occupato dai politici che successivamente sarebbero stati coinvolti. Giorgetta, alquanto scettico, sente puzza di bruciato. Pensa a una trappola. Non può credere a questa storia di Di Pietro. Fa poi fatica a ragionare su quanto l’investigatore delle fiamme gialle gli racconta a proposito dell’esistenza di un documento, custodito in procura a Larino, con le indicazioni sull’incolpevole Mastella. Passano i giorni, le settimane. Giorgetta non sa che fare, ma alla fine una cosa la fa: si nasconde un registratore in tasca e torna dal finanziere, che ormai si lascia andare senza freni. Una decina i colloqui agli atti. Nastri devastanti, che però l’imprenditore non utilizza subito, consegnandoli all’avvocato Angelo Piunno in attesa di tempi migliori. Le parole del finanziere, da sole, non bastano a provare il presunto complotto. E quando ormai Giorgetta s’è praticamente dimenticato di Mastella e rassegnato a buttare tutto nel cestino, accade un fatto curioso. Durante un’udienza del suo processo l’imprenditore per poco non cade dalla sedia quando sente un testimone dell’accusa, Severino Mennella, dichiarare che la Guardia di finanza, al momento di interrogarlo nella fase delle indagini preliminari, gli fece trovare sotto al naso un verbale, diciamo così, già compilato. Dove figurava il nome di Giorgetta (che il teste giurava, e giura, di non avere mai conosciuto) e soprattutto di Clemente Mastella. «Signor giudice, quando sono andato alla Finanza mi hanno messo anche, addirittura, che io avevo conosciuto l’onorevole Mastella. Invece ho detto no, devi cancellare perché io non… ho saputo che dietro c’era Mastella». All’imprenditore-imputato vengono i brividi. Esce dall’aula, torna a casa, accende nuovamente il registratore e torna dal finanziere che aveva svolto le indagini sul suo conto. «Ma lo sai che è successo al mio processo?». E giù i dettagli della deposizione, sovrapponibili alla perfezione con le confidenze ricevute dall’investigatore delle Fiamme gialle. Il finanziere, a quel punto, riferisce ulteriori dettagli segretissimi. «Te l’avevo detto io che non volevano te… ». I nastri magnetici consegnati alla procura di Bari competente a indagare sui magistrati di Larino, si accompagnano alle doglianze messe nero su bianco da Giorgetta. Contattato dal Giornale l’imprenditore si mostra schivo e di poche parole: «Conosco Tonino (Di Pietro, ndr) da tantissimo tempo. Non volevo credere a quel che mi diceva riservatamente il finanziere. E nonostante quel che ha poi dichiarato il testimone in aula, non voglio ancora credere che Di Pietro possa esser stato capace di fare questo. Lo conosco bene. Prima di tirare conclusioni affrettate, però, voglio che la magistratura faccia chiarezza. Troppe cose non tornano in questa storia, troppe davvero». Ps: Fra le cose che non tornano ce n’è una da brividi. In straordinaria coincidenza con la presenza di un custode giudiziario in una delle aziende sequestrate a Giorgetta, sul fax di una di queste, arriva dalle Cayman un fax intestato a Pasqualino Cianci, amico del cuore di Tonino, noto per esser stato condannato in primo e secondo grado per l’omicidio della moglie e per esser stato prima difeso e poi «tradito» dall’allora avvocato Antonio Di Pietro che passò con le parti civili che sostenevano le tesi dell’accusa (per questo comportamento l’ex pm diventato un legale è stato sospeso dal Consiglio nazionale forense). Bene: in quel fax, una copia di quello già inviato anni prima a Pasqualino Cianci, si faceva riferimento a un estratto conto da 20 milioni di dollari che Pasqualino ha ripetutamente disconosciuto finendo col battibeccare a più riprese con i funzionari dell’ambasciata americana in via Veneto e con apparati dei servizi segreti americani. Perché quell’estratto conto stratosferico, che interessava tanto alla Cia, sia ricomparso anni e anni dopo sul fax dell’azienda sequestrata a Giorgetta, nessuno riesce a capirlo.

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