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“Striscia”: la fine di un’epoca tv. L’irriverenza resta senza voce

Per il momento, dopo anni di successi, la trasmissione cult non va in onda. E anche il presidio social chiude almeno per l’estate. Riaprirà?

Colpo di scena: la voce del Gabibbo è gialla (e abita un faro pieno di cadaveri)

Per trentasette anni, Striscia la notizia è stata l’Italia che rideva guardandosi allo specchio. Ha costruito un Paese spiegandogli come raccontarsi. Nell’ultima stagione tv ha smesso di andare in onda nella sua collocazione di prima serata, solo cinque speciali per il tg satirico di Antonio Ricci. Ed è di ieri la notizia che i social e il sito della trasmissione quest’estate resteranno «fermi», principalmente per una questione di ottimizzazione dei costi ma c’è chi, naturalmente, teme sia la fine della fine. Inevitabile, quindi, che il piccolo «giallo» sia il pretesto per fare un bilancio di cosa Striscia abbia rappresentato fin qui, comunque vada il seguito.

Non è stato solo un programma satirico, un tg fasullo, un contenitore di servizi, veline, inviati e tormentoni. È stato una grammatica nazionale. Per capire cosa abbia rappresentato basta ricordare una circostanza: per almeno due generazioni nessuno distingueva davvero tra una notizia e una «notizia di Striscia». La denuncia del tombino aperto, del sindaco distratto, del farmacista furbo, del parcheggio abusivo, del politico colto in fallo, dello «scioglipancia» di Wanna Marchi: tutto passava da quella lente che trasformava l’indignazione in spettacolo e lo spettacolo in una forma di controllo sociale. Prima dei social network, prima dello sdegno permanente, prima dell’influencer «civico», c’era il Gabibbo con il suo misterioso ripieno, vale a dire Gero Caldarelli prima e Rocco Gaudimonte poi. Antonio Ricci aveva intuito una cosa molto italiana: la fiducia nelle istituzioni è scarsa, ma quella nel vicino che smaschera il furbo è infinita. Così Striscia inventò una forma di populismo senza piazza e senza urne. Nessuna teoria politica. Solo la convinzione che il potente meritasse un simbolico ceffone in piena faccia o un’inclemente telecamera sotto il naso. È stato anche il luogo in cui la politica ha imparato un po’ di autoironia. Massimo D’Alema, col sarcasmo appena riparato dal baffo, diventò uno dei bersagli perfetti proprio perché sembrava impermeabile al ridicolo. E invece no. Il Tapiro d’oro trasformò ministri, leader di partito, campioni dello sport, imprenditori e direttori di giornale in personaggi di una stessa commedia nazionale. La forza del Tapiro era tutta lì: non premiava il successo, metteva sotto la lente d’ingrandimento l’imbarazzo. Era una pubblica ammissione di sconfitta che nessuno voleva ricevere ma che, alla fine, quasi tutti finivano per accettare. Rifiutarlo significava sembrare permalosi, prenderlo significava entrare nel rito. Senza un Tapiro non si era nessuno, quasi meglio di un Telegatto.

Ci sono stati Tapiri che sono rimasti nella memoria collettiva più delle vicende che li avevano provocati. A volte consegnati tra sorrisi forzati, altre tra inseguimenti, portiere chiuse, guardie del corpo nervose, spintoni e parecchie scene da commedia all’italiana. Il Tapiro è stato forse l’ultimo grande oggetto simbolico della tv generalista: un Oscar al contrario, una medaglia dell’imbarazzo. Ma Striscia è stata anche una fabbrica di estetica popolare. Le Veline, prima ancora che un corpo di ballo, furono un’idea della nuova società. Nell’Italia degli anni Novanta raccontavano un Paese che usciva dalla Prima Repubblica entrando nel berlusconismo: leggerezza, tv commerciale, successo rapido, celebrità come professione. Molte di loro sarebbero diventate conduttrici, attrici, imprenditrici, influencer (quando ancora la parola non esisteva). Naturalmente Striscia è stata anche il regno della contraddizione. Predicava la lotta agli sprechi e viveva dentro la televisione commerciale più opulenta. Si prendeva gioco del potere politico senza mai rinunciare al potere mediatico accumulato in decenni di prime serate. Era insieme cane da guardia e parte del salotto. Eppure proprio questa ambiguità la rendeva profondamente italiana. In nessun altro Paese sarebbe stato possibile immaginare nello stesso programma un’inchiesta sui falsi invalidi, una ballerina, un servizio sui ristoranti che fregano i clienti, una presa in giro del presidente del Consiglio e un pupazzo rosso alto due metri che urla «belandi». Sembrava caos. Era un metodo. Poi è arrivato internet. La denuncia è diventata virale. Lo sfottò milioni di meme. L’inviato col microfono è stato sostituito dallo smartphone. L’indignazione è diventata permanente.

Striscia ha continuato a esistere, ma il mondo aveva imparato a fare da solo quello che lei aveva inventato. Forse è questa la sua eredità più importante. Aver insegnato agli italiani che il ridicolo può essere una forma di controllo democratico, che il potere teme il sarcasmo quasi quanto i tribunali e che, in questo Paese, una figuraccia in prima serata pesa più di una sconfitta elettorale. Con la sua «riduzione» non scompare solo un programma televisivo. Finisce un pezzo di Novecento che aveva trovato il modo di sopravvivere. Un’Italia in cui il Tg delle venti era ancora un rito, il Tapiro una sentenza, il Gabibbo un’autorità morale vagamente grottesca e le Veline un fenomeno sociologico prima ancora che televisivo. Quindi «bravo Ricci e tutti i suoi aculei» come diceva Paolo Bonolis. Il resto, ormai, lo fanno gli algoritmi. Ma gli algoritmi non hanno mai saputo consegnare un Tapiro.

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