"Semplicemente Frida". È la formula migliore per andare al cuore di sé stessa e della musica che fa e che sente: così, con questo titolo, Frida Bollani Magoni è attesa questa sera al Blue Note nella tappa milanese del suo tour. Ventuno anni, figlia d'arte se c'è n'è una (suo padre è il pianista Stefano Bollani, sua madre la cantante Petra Magoni), la giovane pianista e cantante porta nel tempio del jazz, nel cuore del quartiere Isola, un repertorio di brani inediti di sua composizione e di cover. Sul palco con lei il polistrumentista britannico Mark Glentoworth, sotto le sue mani, per la prima volta dal vivo, non il pianoforte acustico classico ma un piano elettrico. E siccome nulla è casuale nelle scelte di un musicista degno di questo nome, un perché c'è.
Cominciamo da qui, dunque: perché questa scelta strumentale?
"Per motivi tecnici ed emotivi. Il piano elettrico mi permette di scegliere suoni diversi, e poi oggi le tastiere elettriche professionali hanno i tasti pesati e dinamici uguali a quelli del pianoforte. L'interpretazione non cambia, per capirci. La ragione emotiva è presto detta: con il piano a coda ero obbligata a suonare di profilo verso il pubblico, mentre in questo tour, benché io sia ipovedente a causa di una malattia congenita, volevo sentire il respiro del pubblico di fronte, insomma guardarlo in faccia".
Un tour che preannuncia un prossimo album: quali consigli le hanno dato i suoi genitori?
"La mia fortuna è stata crescere in una famiglia così: loro non sono mai stati un peso, mi hanno immersa nella musica sin da piccola, lasciandomi però un'assoluta libertà di scelta. E mi hanno supportato in modo discreto. Nelle scelte specifiche non fanno pressioni".
Lei ha una preferenza per il pop, nonostante a casa jazz e classica fossero servite a colazione.
"I mie genitori mi hanno fatto ascoltate tantissima musica: mamma mi ha fatto ascoltare tanta classica, papà il jazz. E poi c'è una zia che mi ha avvicinato al musical. Ma non ho mai creduto nella parola genere' nella musica: i confini non mi piacciono. Io amo molto il pop, tutto ciò che ho scritto rientra in questa definizione ampia. Se devo citare un'artista in cui mi identifico direi Carole King, cantante e pianista come lo sono io, non a caso tra le cover che suono c'è quel gioiello di You've Got a Friend, che fece la fortuna di James Taylor".
Lei ha un orecchio assoluto, caratteristica che ben pochi hanno, anche tra i musicisti: può spiegare di cosa si tratta?
"È la capacità di identificare una nota senza riferimenti di altre note. È come se una nota avesse un nome e io sentissi quel nome".
Musica come ossigeno: ma se avesse dovuto fare un altro mestiere?
"Penso che avrei fatto la gelataia, ma lo dico solo perché sono un tipo molto goloso, soprattutto di gelato".
Parlava di musical: la intrigherebbe l'idea di comporne uno?
"Magari. Ogni tanto mi ascolto il musical Wicked, che adoro. Ma direi che di tempo davanti ne ho, dunque per ora mi godo questo progetto".
Che comprende anche un disco: quando uscirà?
"Ne parlo da cinque anni, da subito dopo la pandemia, ero davvero giovanissima ma avevo già qualche pezzo da parte. Stiamo registrando in studio.
Parlo al plurale perché con me, anche come compositore, c'è Mark Glenthworth: lui si esibisce con me anche dal vivo, suonando il vibrafono, le percussioni e maneggiando l'elettronica. L'idea del dialogo tra pianoforte e vibrafono mi è venuta dalla collaborazione magica tra due grandi come Chick Corea e Gary Burton. Io non sono certo Chick Corea, ma quella relazione di suoni è davvero affascinante".