È la pena più grave nella vita della Chiesa e il solo nome evoca condanne da pene dell'inferno: la scomunica. Oggi ad Econe, in Svizzera, si è consumata appunto la scomunica nei confronti dei sei vescovi, i due consacranti e i quattro consacrati. In termine tecnico si chiama "latae sententiae": è cioè automatica, solo per il fatto che è stato compiuto questo atto, in disobbedienza al Papa. Il Vaticano dovrà ratificare questa decisione in un paio di giorni ma è già un fatto compiuto. Non ci saranno ricorsi ma una scomunica non è mai definitiva, ci può essere sempre per la Chiesa un ravvedimento, una ricucitura. Ne è prova che due degli scomunicati di oggi, monsignor Alfonso de Galarreta e mons. Bernard Felley, rispettivamente vescovo consacrante e co-consacrante della celebrazione ad Econe, erano stati già scomunicati nel 1988 da Giovanni Paolo II perché erano due dei quattro vescovi consacrati allora da mons. Marcel Lefebvre. La loro scomunica era stata poi revocata, a gennaio del 2009, da Benedetto XVI.
Ma di fatto saranno scomunicati anche tutti coloro che aderiranno a questo atto scismatico, ovvero dalla volontà di separarsi dalla Chiesa cattolica, ignorando la volontà e le parole del Papa. Tutti, dai sacerdoti ai laici. Quindi il rischio per il popolo che continuerà a seguire la Fraternità di San Pio X sarà non avere una vita cristiana piena, a partire dai sacramenti, dalla comunione al battesimo, dai matrimoni alle confessioni.
Lo aveva indicato lo stesso Papa Leone XIV nel suo ultimo appello ai Lefebvriani: "Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l'atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione", le parole del Pontefice che sperava di evitare lo strappo che alla fine invece si è consumato, nel pratone di Econe, esattamente come era avvenuto trentotto anni fa.