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Vaticano

Il regalo del Papa ai cardinali: cancellato il taglio degli stipendi

Leone e il motu proprio nel giorno del compleanno: abrogate “le misure di contenimento salariale adottate” da Bergoglio per il Covid. Addio alla riduzione del 10% degli emolumenti

On his birthday, Pope Leo visits the Vatican Apostolic Library for the inauguration of the 'Aqva' exhibition and allocates new spaces to the Library, ordering the construction of a completely new building. Vatican City, 2 June 2026. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Ieri era il suo compleanno, ma il regalo ha deciso di farlo anziché riceverlo. Leone XIV, infatti, ha fatto pubblicare un motu proprio che manda in soffitta quello con cui il suo predecessore Francesco aveva imposto l’austerity allo Stato più piccolo del mondo nel marzo del 2021. All’epoca Bergoglio impresse una sforbiciata del 10% agli stipendi dei cardinali, dell’8% agli altri superiori e del 3% ai dipendenti religiosi, oltre a determinare il congelamento degli scatti biennali di anzianità per tutti. Nella lettera pubblicata ieri ma firmata il 1° settembre, Prevost riconosce che quelle misure furono «necessarie anche per far fronte all’eccezionale sfida della pandemia» ma afferma che «possono ora essere superate». Nella forma, dunque, il Papa addolcisce la pillola ma di fatto usa di nuovo la scure su una delle misure spot del suo predecessore.

Quando il motu proprio «Un futuro sostenibile» uscì, la notizia del taglio delle retribuzioni alla sempre vituperata Curia conquistò la ribalta mediatica e il favore dell’opinione pubblica. All’interno delle sacre mura, invece, il provvedimento si guadagnò da subito una forte impopolarità e non solo tra cardinali e vescovi. Oltre a lamentarsi per i propri scatti di anzianità congelati per il biennio 2021-2023, gli stessi lavoratori laici rimasero scettici sul fatto che la riduzione alla retribuzione dei cardinali potesse effettivamente ripianare i conti tribolati della Santa Sede. La misura di Leone, al pari di quella di Francesco di cinque anni fa, ha una valenza simbolica: la Curia non è più il punching ball mediatico da colpire per ottenere facili consensi. D’altra parte, Prevost aveva messo le cose in chiaro già all’indomani della sua elezione ricordando che «i Papi passano, la Curia rimane». Quest’ultima mossa conferma la volontà leoniana di eliminare lo scontento del piccolo «villaggio» vaticano a cui negli anni precedenti era stato chiesto spesso di tirare la cinghia. Sacrifici che, a sentire gli insider, cozzavano con la moltiplicazione di poltrone in alcuni dicasteri. E ora in Curia si spera di vedere eliminate anche le ultime disparità sopravvissute: ad esempio si fa notare che diventare cardinale conviene più per chi viene da fuori rispetto a chi è già dipendente della Santa Sede perché agli «esterni» non viene prelevata la quota della liquidazione destinata a costituire il piatto cardinalizio.

L’archiviazione del taglio delle remunerazioni di cardinali e capi dicastero fa sperare i canonici di San Pietro e di Santa Maria Maggiore a cui le riforme bergogliane degli statuti hanno toccato significativamente il portafogli. Questi sacerdoti, per lo più dipendenti della Santa Sede, non possono più cumulare l’emolumento capitolare con altre retribuzioni, pensione compresa. Una mannaia che solo per poco non si è abbattuta anche sul capitolo lateranense. Insomma, la narrazione di una casta vaticana arricchita e privilegiata è forse utile a vendere libri ma la realtà è che un cardinale non guadagna più di 5mila euro al mese ma con personale, affitto e spese di rappresentanza a carico. Una situazione che Prevost conosce bene avendo dovuto pagare l’affitto della sua casa romana a prezzo di mercato quando era prefetto del dicastero dei vescovi.

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