Le telecamere puntate sulla finestra illuminata del policlinico Gemelli, la folla di fedeli a pregare e lasciare fiori nel piazzale dell’ospedale. Da anni la malattia dei nostri Papi la viviamo così, in diretta tv. È accaduto con Papa Francesco, ricoverato per una grave polmonite bilaterale e poi morto nel 2025. È accaduto con Giovanni Paolo II, di cui sono state comunicate in tempo reale cartelle cliniche e interventi chirurgici: dall’attentato del 1981 al tumore al colon rimosso nel 1992, dalla frattura al femore del 1994 al morbo di Parkinson diagnosticato (solo) nel 2003.
Ma le attese del bollettino medico o di un cenno di saluto dalla finestra degli appartamenti papali al Gemelli sono storia recente. Non è sempre stato così.
Fino agli anni Sessanta la salute del Papa viene considerata una questione quasi privata. Le informazioni escono a stento e in forma ufficiale, spesso edulcorate. Con Pio XII la gestione è particolarmente difficile: gli ultimi anni di malattia (singhiozzo cronico, problemi gastrici) vengono minimizzati. I fedeli vogliono sapere ma trapela poco. Alla sua morte però scoppia un vero e proprio scandalo: il suo medico personale, Galeazzi-Lisi, vende foto e racconti dell’agonia a Paris Match. Una mossa che lo porta poco lontano ma che, in un certo senso, è un effetto indiretto della rigida chiusura del Vaticano nel comunicare con l’esterno.
Il primo vero cambio di passo c’è con Giovanni XXIII (nella foto): le notizie sul tumore allo stomaco vengono comunicate in modo più aperto, e l’attenzione mediatica è enorme. Paolo VI invece tende a comunicare gli interventi (come quello alla prostata del 1967) in modo sobrio e spesso a cose fatte.
Ma mai nessuno, fino ad oggi con Leone, annuncia la propria malattia durante l’Angelus. Dalla finestra vaticana abbiamo visto ritorni post ospedalieri, ringraziamenti post operatori. Ma mai un «mi operano a inizio settimana». Con l’annuncio di ieri siamo arrivati al livello massimo di trasparenza, senza filtri, senza ufficialita, quasi col tono della confidenza.
E forse è quello che serve nella Chiesa: vicinanza, filo diretto e nessuno spazio a versioni per sentito dire. Mai più un caso come quello di Giovanni Paolo I. Fine anni Settanta: muore improvvisamente per infarto. Le versioni iniziali del Vaticano sono confuse e in parte contraddittorie (su chi lo avesse trovato e sulle circostanze), e l’assenza di autopsia alimenta per decenni le teorie del complotto. La totale trasparenza avrebbe sicuramente fugato ogni pruriginoso dubbio. Ma erano altri tempi e «ci si dava meno del tu» in nome di un’ufficialita che allontanava.
