La denuncia dei troppi abusi liturgici è uno dei cavalli di battaglia del cardinale Robert Sarah, già prefetto del dicastero per il culto divino. Il porporato è tornato a scriverne nel suo ultimo libro Il Cantico dell’Agnello. Musica sacra e liturgia celeste scritto con Peter Cater ed edito da Cantagalli.
Eminenza, secondo lei esiste un’avversione per il latino e il canto gregoriano in alcuni settori della Chiesa?
«Mi pare una avversione di alcuni circoli culturali autoreferenziali più psicologica che realmente fondata e penso che sia unicamente un problema anagrafico: quando passerà la generazione dei sessantottini, passeranno anche questi infondati unilateralismi che mortificano la statura culturale stessa del cattolicesimo latino».
Benedetto XVI era convinto che la forma straordinaria (la cosiddetta messa in latino) potesse influenzare positivamente quelle celebrazioni nella forma ordinaria che mancavano di sacralità. Aveva ragione?
«Tra gli effetti della liberalizzazione della forma straordinaria c’è stata la positiva influenza, direi anche correzione, dei possibili abusi nella celebrazione della forma ordinaria. Tali abusi sono atti gravissimi con i quali, però, non possiamo mai identificare la forma ordinaria stessa. Molti sacerdoti testimoniano che la scoperta della forma straordinaria li ha aiutati a celebrare meglio. Penso che nell’intenzione di Benedetto XVI ci fosse anche un atteggiamento profondamente umile e democratico: garantirne la massima diffusione per consentire al popolo di Dio, nei decenni, di poter scegliere quale forma corrispondesse maggiormente all’implementazione della fede. Ma tutto questo è stato stroncato da Traditionis Custodes mentre il Pontefice emerito era ancora vivente».
Che giudizio ne dà?
«Non mi è parsa una scelta saggia né rispettosa. Ma Benedetto, uomo mite come un agnello, si è lasciato umiliare, e, così, nel silenzio e la preghiera, ha offerto a Dio la sua sofferenza per meglio immedesimarsi nel dolore di Cristo per la sua Chiesa e purificarla».
Che ne pensa della richiesta di abrogare le restrizioni?
«L’accesso alle forme rituali riconosciute ed esistenti da secoli non può mai essere artificiosamente limitato da decreti. Se un rito non servisse alla fede, morirebbe autonomamente; se al contrario custodisce e promuove la fede, non ci accada di limitarlo, perché limiteremmo la preservazione e diffusione della fede stessa».
Cosa si sente di dire ai tantissimi fedeli attratti dalla liturgia antica ma che magari devono fare km per una messa?
«Non posso che ammirare questa grande espressione di amore verso Dio. Il fenomeno sta conoscendo una diffusione crescente. Se la gerarchia sarà davvero capace di leggere i segni dei tempi odierni - e non quelli del ’68, arrivando ancora in ritardo - allora si potranno aprire spazi di fraterno e sereno dialogo. Non possiamo come Chiesa fare la guerra a chi partecipa devotamente alla messa, solo perché predilige una forma invece che un’altra: è un atteggiamento miope e del tutto ideologico, quindi non pastorale e non cristiano. È dannoso, distruttivo per la Chiesa».
