Lo Ior vince in tribunale a Malta e ottiene un risarcimento danni di 24,1 milioni per un intricato investimento di sviluppo immobiliare sull’ex palazzo della Borsa di Budapest: ci sarebbe stato un «trasferimento ingiustificato di valore ai danni dello Ior», come evidenziato ieri in una nota della banca vaticana.
La sentenza di primo grado emessa ieri dai giudici maltesi al termine di un contenzioso durato ben nove anni suona come una rivincita per lo Ior, che solo pochi giorni fa - come rivelato da il Giornale il 24 ottobre - sulla stessa vicenda aveva subito in Ungheria una bruciante sconfitta a tavolino. Una corte di Budapest aveva emesso nei confronti dello Ior un’ordine di pagare 21,5 milioni di euro alla sua controparte (la società Tozsdepalota, proprietaria del palazzo e riconducibile al fondo in cui lo Ior aveva investito) per non essersi costituito in giudizio nella causa promossa dal fondo contro la banca vaticana che avrebbe ostacolato la vendita dell’immobile. Un intreccio di accuse reciproche che vede da anni impegnati nei tribunali di mezza Europa da un lato lo Ior e dall’altro vari veicoli dei fondi Kappa, Optimum, Ad Maiora
e la sicav Futura, riconducibili al finanziere Alberto Matta.
Dentro l’istituto guidato dal neo direttore generale Giovanni Boscia e presieduto da François Pauly si respira soddisfazione: quella di Malta è considerata la «causa madre», perché riguarda l’investimento iniziale avviato nel 2012-2013 quando ai vertici c’erano Paolo Cipriani e Massimo Tulli (poi condannati dal tribunale civile vaticano a risarcire allo Ior 40 di milioni di danni). Un’operazione nata male e finita peggio: lo Ior avrebbe dovuto rilevare il palazzo con una struttura finanziaria sofisticata, acquistando crediti deteriorati, ma poi venne preferita la strada dell’acquisto diretto dell’Exchange Palace. In questo cambio di struttura, in pochi giorni il prezzo dell’immobile lievitò di circa 12 milioni di euro, che i nuovi vertici dello Ior, in testa l’ex dg Gian Franco Mammì, ritennero sospetto, avviando lo scontro legale.
«Per la prima volta un giudice entra nel merito della vicenda riconoscendo appieno le ragioni dell’Istituto e invalidando tutte le tesi della controparte», sostiene la nota della banca vaticana, secondo la quale è stata accertata «la violazione degli obblighi fiduciari nei confronti dello Ior», che quindi «non era tenuto a versare ulteriore capitale».
Il fondo - che aveva chiesto un maxi risarcimento danni - annuncia appello contro una decisione «ingiusta: la sentenza riconosce che i vertici Ior dell’epoca, presenti nel comitato investimenti di Ad Maiora insieme ai loro consulenti etici e finanziari, conoscevano e avevano approvato la struttura dell’operazione e i suoi maggiori costi e benefici», spiega l’avvocato Andrea Suriano, «il tribunale ha tuttavia ritenuto che la responsabilità ricadesse sui gestori, qualificando il comitato come organo del fondo anziché dell’investitore».
Nel frattempo anche lo Ior, secondo quanto risulta a il Giornale, ha presentato ricorso contro la decisione di Budapest del 21 ottobre. La guerra legale è destinata a continuare ancora a lungo. Se vincesse definitivamente, lo Ior recupererebbe milioni preziosi per le casse della banca, che con i suoi utili girati al Papa ogni anno copre buona parte del fabbisogno finanziario della Santa Sede.
