Vittorio Emanuele a lezione da Francesco II

Caro dottor Granzotto, le invio una pubblicazione - credo piuttosto rara - che elenca le proprietà private di Francesco II di Borbone (ma anche quelle dei suoi zii e fratelli e sorelle) tolte dai Savoia al momento della conquista del Regno delle Due Sicilie. Il titolo del libretto - «Senza commento» - mi pare appropriato, specie in occasione delle recenti «uscite» da parte dei noti figlio e nipote di Umberto di Savoia, ultimo incolpevole Re d’Italia.


Non so come ringraziarla, caro Costanzo, per avermi fatto avere questo prezioso libretto del quale dirò, a beneficio dei lettori. Pubblicato nel 1897 (a testimonianza di una non sopita - se mai si sopirà - polemica sull’«annessione» del Regno delle due Sicilie, ancora ben viva dopo quasi quarant’anni dai fatti) «Senza commento», opera di un incognito V.P.A., ha per sottotitolo «I beni particolari tolti ai Borboni delle Due Sicilie». Dopo aver ricordato che «se filosofi, giureconsulti e statisti, antichi e moderni, caratterizzano la proprietà un diritto sacro e inviolabile dell’uomo costituito in società, se è stata proclamata tale inviolabilità in tutte le costituzioni dei popoli civili, se infine è riconosciuto che un Sovrano abbia il doppio diritto di proprietà, l’uno come Capo supremo della società e dello Stato e l’altro come semplice privato, soggetto e garantito dalle leggi similmente ad ogni altro cittadino», l’autore passa ad elencare i beni personali dei Borbone. Si tratta di proprietà urbane avute in eredità, acquistate o edificate a proprie spese, «col proprio peculio»; proprietà rurali, proprietà mobiliari, capitali e rendite iscritte fino ad arrivare alle doti delle Principesse figlie «costituite con miti capitali e che legalmente conseguite rendevansi inviolabili». Una imponente ricchezza che il Savoia incamerò con procedura d’urgenza per evitare che altri lo precedessero (serve ricordare che rivolgendosi a Cavour, Vittorio Emanuele II ebbe a denunciare «l’infame furto di tutto il danaro dell’erario da attribuirsi interamente a Garibaldi che s’è circondato di canaglie»).
Francesco II, che lasciò Napoli per la ridotta di Gaeta portando con sé solo un bel quadro riproducente San Gennaro, non rivendicò mai quei beni. Chi, oltre a sangue reale ha la consapevolezza di cosa ciò comporta, sa bene che talvolta è chiamato a partite dove chi vince può prendersi l’intera posta, compresa la parte «inviolabile». Ed è quello che sapeva, per tornare a noi, Umberto II il quale, da Cascais, si guardò bene dall’intentare cause per risarcimento danni al governo repubblicano (che in ogni caso si comportò più correttamente di quanto i Savoia si comportarono con i Borbone).

Lo hanno fatto, con inusitata baldanza, il figlio Vittorio Emanuele e il nipote Emanuele Filiberto, adducendo patimenti, adducendo strazi patiti nell’esilio tra Ginevra, Gstaad e l’isola di Cavallo. E in ciò coprendosi, prima che di biasimo, di ridicolo.

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