Vuoto, silenzio, dio. Non dite che Lem è "solo" fantascienza

Mentre Sellerio ripubblica i romanzi, Mondadori raccoglie in un mega-libro tutti i testi brevi, inclusi molti inediti

L' ultimo giorno del 1971 Andrej Tarkovskij consegna la pellicola di Solaris al Goskino, la Commissione sovietica per il cinema, e al Dipartimento della Cultura del Comitato Centrale. «Secondo me ci sarà uno scandalo», scrive nel diario. Lo scandalo ci fu, e fu galattico. Le critiche si sintetizzano in 35 punti, i più svariati da «Eliminare il concetto di Dio» a «Accorciare le scene a letto'» e «La crisi deve essere superata». Accoglierli significherebbe «rovinare il film irreparabilmente». La realizzazione di Solaris è un film nel film: Stanislaw Lem aveva incontrato Tarkovskij nel 1968. Quel regista gli era parso quadrato, mistico, maniaco, superbo. Non gli piacque, non si videro più, e Lem evitò di parlare del film che gli aveva dato fama mondiale. Tarkovskij giocò d'astuzia con la censura sovietica: apportò minime modifiche; la pellicola, infine, ottenne il Grand Prix della giuria a Cannes. Il talento di Lem tormentava Tarkovskij: evocava una specie di rovina testimoniata dai quaderni. «La storia dell'umanità è molto simile a un mostruoso esperimento condotto sugli uomini da un essere crudele e sordo a qualsiasi compassione. Qualcosa di simile alla vivisezione», scrive mentre gira Solaris. Tarkovskij è il primo a capire che Stanislaw Lem non è uno scrittore di fantascienza, ma un mago gnostico, un pensatore cosmico.

La vita di Stanislaw Lem è scandita da cifre rituali. Nasce il 12 settembre del 1921 a Leopoli, da famiglia ebraica. Comincia a scrivere a vent'anni, nel 1941, l'anno in cui i tedeschi invadono la città e fanno razzia di ebrei. Lem riesce a procurare documenti falsi per sé e per i genitori, scampando al ghetto: il delirio del documento falso e delle identità contraffatte, la fabulazione per fantasmi, saranno i cardini della narrativa di Lem. Iscritto a Medicina, assecondando la professione esercitata dal padre, frequenta giovani scienziati, s'impadronisce del genere fantascientifico: non si laureerà mai. Esordisce nel 1951 con Il pianeta morto, romanzo ancora acerbo; dieci anni dopo esce Ritorno dall'universo (appena edito da Sellerio, pagg. 392, euro 15,00) e Solaris, il capolavoro. Il libro mandò in panne orde di critici, che tentarono di rilevare sensi, sottosensi, sovrasensi, «ma nelle numerose interviste l'autore non ha mai voluto dare una risposta univoca sul messaggio di Solaris, sostenendo che il romanzo era nato quasi per sua spontanea volontà, tanto che lui stesso, fino all'uscita del libro, non avrebbe saputo dire se quello che aveva scritto fosse un capolavoro o un totale disastro» (Lorenzo Pompeo). In una di queste interviste, Lem dice di credere nel cosmo ma di essere guidato dal caos. Era un poligrafo: la faccia sorridente, in perpetua stupefazione, nascondeva un uomo schivo, dal genio autarchico, ossessionato dalla fine dell'uomo più che dell'implosione del pianeta. In molti continuano a non capirlo.

Elegante, ben costruito, clamorosamente inutile, il sito che onora «The Centenary of Stanislaw Lem's Birth», lem2021.org, ci avvisa che lo scrittore ha venduto oltre 40 milioni di libri tradotti in 52 lingue, arabo, serbo, coreano e vietnamita comprese. Lem è frainteso come un profeta, l'uomo che «ha predetto il futuro in cui viviamo». Secondo i cultori, «è probabilmente il primo scrittore di fantascienza ad aver intuito il libro elettronico, l'uso dei tablet e degli e-book». Insomma, Lem si riduce a un Asimov liofilizzato, tradendo la verve narrativa in bulimia astrologica. In realtà, Lem affascina per ragioni esattamente contrarie a quelle degli altri, molti, troppi, bravissimi autori di fantascienza. Lem non si limita a creare mondi: di quei mondi è il legislatore, il demiurgo, l'assassino; non si bea di imporre personaggi entro una trama cristallina, ci getta in una cristalleria di documenti, di labirinti burocratici sputtanamento fantascientifico della verbosità sovietica , di straordinari apocrifi. Così, le 1500 pagine e passa di Universi (Mondadori 2021, euro 35,00; con una introduzione di Lorenzo Pompeo), che assembla i racconti di Lem scritti tra 1956 e 1995, sono allo stesso tempo trattato filosofico, manuale di fisica, teologia robotica, giurisdizione galattica. Micidiale è la malizia di Lem nel fingere voci, nel contraffare stili e stilemi: voracità da cannibale letterario. Le recensioni fittizie che esplodono in brevi saggi sono formidabili: attraverso Sexeplosion di tale Simon Merril, Lem stigmatizza la società sterile, questa, dove il corpo è un dramma e il sesso è perverso fino a sparire («Le scienze biologiche sono quasi riuscite a eliminare il sesso, questo superfluo residuo preistorico. La prole verrà concepita tramite inseminazione artificiale e allevata secondo i precetti dell'ingegneria genetica. Nasceranno individui asessuati»); scrivendo di Rien de tout, ou la conséquence di tale Solange Marriot, sfotte le frustrazioni della critica francese, i Barthes, Blanchot, Bataille & Co. («Cosa restava dunque alla letteratura dopo la fatale rivelazione della propria inadeguatezza? L'autoromanzo è una specie di strip-tease parziale, mentre l'antiromanzo rappresenta purtroppo una forma di autocastrazione»).

Golem XIV, pubblicato nel 1981, è la riproduzione del memorandum di un supercomputer, all'interno di un saggio speculativo. Il testo è fitto di frasi epigrafiche, perentorie: «Le specie sorgono da un errore errante»; «Rifiutando l'uomo, si salverà l'uomo»; «Avete scambiato il Silentium Dei con il Silentium Universi... Non è la prima volta che il mondo risponde in modo incomprensibile alle vostre domande». E qui veniamo al punto. I libri di Stanislaw Lem, letti in fila, hanno più affinità con le apocalissi apocrife dell'Antico Testamento che con la fantascienza occidentale, per lo più di conio statunitense. La ricorrenza delle parole «Dio», «Creatore», «Fede» in Golem XIV è citato San Paolo fa di Lem una specie di Enoch «il solo che ha visto i confini del tutto», come è definito nel Libro di Enoch che al viaggio angelico predilige quello galattico. Il sostrato esoterico, ebraico, di Lem sbuca ovunque e mai innocentemente.

In un breve saggio collegato a Idiota, ipotetico romanzo di Gian Carlo Spallanzani edito da Mondadori Lem capisce tutto della letteratura italiana, stretta tra «raffinati cesellatori» e «naturalisti cui il naturalismo è venuto a noia», dove «gli insolenti scarseggiano». D'altronde, autentico insolente, vandalo fantascientifico, sapeva pigliarsi in giro, Lem: intitola il romanzo dedicato ai «libri inesistenti» Vuoto assoluto, squalificando così le sue pericolanti fantasie; e teorizza «il Cosmo come Gioco». Vuoto, Cosmo, Gioco: variazioni nell'ambito della narrativa gnostica. «Scrivere alla luce di due candele», appunta Tarkovskij, girando Solaris, come se la notte, svilita dal tremolio della fiamma, svelasse un segreto ulteriore. A Lem piaceva la luce grigia, penetrante, aliena dell'alba.

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