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A zonzo per il pacifico Portogallo. Un Paese in "subaffitto" a inglesi, americani e svizzeri

Nel 1948, come inviato, visitò il Paese iberico uscito indenne dalla guerra ma non dai suoi cascami economici

A zonzo per il pacifico Portogallo. Un Paese in "subaffitto" a inglesi, americani e svizzeri

Il Portogallo è un Paese felice. Sui tram la faccia virile di Gary Cooper consiglia (col fumetto debitamente tradotto) l'uso della lama per barba Person - la più cara degli Stati Uniti. Nel loro Paese di origine le Camel costano come tutte le altre sigarette, 0,20 $ ma in Portogallo no, in Portogallo le Camel si pagano di più: è un espediente pubblicitario ma - mi hanno spiegato - per venderle meglio. Cose di questo genere lasciano di sasso chi da anni è abituato alla concorrenza basata sul buon mercato, alle campagne per il ribasso dei prezzi, alle lotte per l'indennità di carovita. Leggendo il giornale mi è capitato una volta sotto gli occhi in trafiletto. Le tariffe di servizi automobilistici-diceva il titolo-avevano subito un ritocco. Questa parola ritocco la conoscevo bene. Ne avevo visti molti di ritocchi, in Italia, in Francia, in Belgio, a proposito della corrente elettrica, dei tabacchi, del gas, di dei telefoni, dei treni. Sapevo cosa voleva dire; almeno, credevo di saperlo finché, con massima soddisfazione, non ho letto tutto l'articolo: allora ho scoperto che il Portogallo è un paese dove il ritocco non significa aumento, significa diminuzione Tutto questo perché la guerra di qui non è passata. Non che il Portogallo si sia prodigiosamente arricchito a causa della guerra. Siamo noi che ci siamo impoveriti, piuttosto. Il Portogallo è rimasto quello che era, o pressappoco. Prima della guerra era soltanto un po' più lontano, un po' più dimenticato, con quell'aria che ha, sulle carte geografiche, di tavoletta di cioccolato che sta per staccarsi e cadere nell'Atlantico da un momento all'altro. Ha evitato la guerra (o la guerra l'ha evitato), ma non ne ha tratto quel gran profitto che nazioni belligeranti credono che sempre che avrebbero potuto ricavare se fossero rimaste neutrali. Americani, tedeschi, inglesi, avevano altro da fare che risalire il Tago con le loro navi: e quelle portoghesi saltavano in aria come tutte le altre, le mine non badano alla nazionalità. i contadini si sono arricchiti anche qui. L'impossibilità quasi totale di esportare il mercato di ananas, del porto, delle sardine - la benzina mancava. I membri della legazione britannica, di quella germanica (entrambi numerosissime: imboscati o quinta colonna?) erano costretti a scendere in città sullo stesso trenino, guardandosi in cagnesco. Poi è finita: la meravigliosa villa dell'ambasciata tedesca biancheggia di lontano, o dei grandi alberi del parco, deserta, malinconica tra il clamore delle dei clacson di innumerevoli Packard, Chrysler, Cadillac. Anche il Portogallo è come il Belgio, una piccola America, e lo può essere perché lo scudo è uscito dalla guerra senza infamia e senza lode, senza prestiti nazionali e senza infrazioni, in una sola parola: stabile.

Non è a dire che l'economia portoghese sia particolarmente florida: è in attivo. Ci sono le sardine (quasi tutte nelle mani di genovesi), c'è il vino di Porto (quasi tutto nelle mani di inglesi), c'è il tonno con la faccia di Caruso. E c'è il baccalà: per i portoghesi, il baccalà rappresenta quello che la pastasciutta rappresenta per gli italiani, le uova al prosciutto per gli americani, i caviale per i russi. Riconosco che è molto meno palpitante della pastasciutta, delle uova al prosciutto e del caviale, ma in Portogallo le famiglie guardate dall'alto in basso sono quelle che non possono mangiare baccalà tutti i giorni. Il pranzo di Natale è a base di baccalà e il baccalà costituisce la spina dorsale del cenone di San Silvestro e cosiddette grandi grandissime industrie non esistono: a caratteri cubitali ho letto su un giornale dell'annuncio dell'inaugurazione di non so più quale stabilimento che avrebbe dato lavoro a ben 70 operai. Ma sono quelle piccole che permettono l'importazione di cui il Portogallo ha bisogno: il sughero, l'olio, le ceramiche, cavallo di battaglia dell'artigianato portoghese. Il museo nazionale detto delle finestre verdi si può dire che, oltre ad uno splendido Cranach, contenga solo ceramiche. Lo so che in salotti dove perfino le spalliera, le gambe delle sedie erano ceramiche, e avevo l'impressione che se fossi caduto sarei andato in briciole anch'io. Il Portogallo ha stipulato un accordo commerciale anche con l'Italia basato sugli scambi. Ma non pare che le cose vadano molto bene. Il Portogallo ha importato importato, l'Italia ha esportato e esportato. A un certo punto il Portogallo ha chiesto di invertire le parti. L'Italia ha spiegato che non aveva bisogno di niente, meno che mai del caffè portoghese, così detto coloniale. In realtà credo che il caffè sia l'unica cosa che potremmo importare dal Portogallo, se solo non si trattasse di quel caffè. Ricordi in un racconto di Stevenson l'angosciosa situazione di un dinamitardo che tenta affannosamente di sbarazzarsi di una bomba orologeria sul punto di scoppiare: è un po' quello che succede al Portogallo col caffè cosiddetto coloniale. Ci sono tutti i tipi di caffè in Portogallo, centinaia; l'odore di caffè diffuso per le vie di Lisbona è come quello del metrò per le vie di Parigi: ma quello cosiddetto coloniale nessuno lo vuole, è rachitico. Lo coltivano nelle loro colonie, ma non si capisce perché. Può darsi che si tratti di una specie di orgoglio nazionale, la soddisfazione di dire anche noi abbiamo il nostro caffè, come uno direbbe anch'io mi faccio il gelato in casa. A parte poi gettarlo dalla finestra o tentare di rifilarlo agli altri. Ed è del resto un atteggiamento piuttosto tipico del governo portoghese: mai per esempio che l'appalto di qualche pubblico o perlomeno importante lavoro venga affidato a un'impresa straniera. Sono sempre i portoghesi a caricarsi di tutto, a fare da sé, sulla carta. In pratica essi subaffittano per così dire, l'incarico una società inglese o americano spagnola, svizzera, alla quale resteranno, sì, gli utili, ma non la gloria. E, sempre sullo stesso tema, mi raccontarono le storielle delle diga: ci sono molti fiumi in Portogallo, ma l'elettricità costa maledettamente. Non ci sono dighe, il patrimonio idrico sfruttato solo in minima parte. Una società chiese al governo il nullaosta per la costruzione di una diga che doveva illuminare una vasta regione del Nord. la società era straniera: il governo rifiutò col pretesto che tutte le dighe dovevano essere costruite nel piano coordinato in corso di studio, non a casaccio. La società iniziò i lavori, imperturbabile, imperturbabili le forze pubbliche della zona inviarono alla capitale rapporti obiettivi: alcuni uomini avevano cavato sabbia dal fiume, avevano calpestato l'erba di un prato, avevano abbattuto alberi, avevano rimosso ghiaia. Imperturbabile, il governo attese che la diga fosse costruita, e alla fine multò la società di pochi scudi, sulla base di rapporti ricevuti. La diga venne completamente ignorata, la faccia salvata. Cose simili diventano antipatiche quando prendono la forma aggressiva di un'autarchia, quando tirano in ballo anche i film americani gli impermeabili inglesi: così no così hanno qualcosa di puerile, di allegro.

Il governo portoghese non è nè ipocrita né Machiavelli: è un governo bizzarro, che stanza 400.000 scudi (10 milioni di lire) per la ricostruzione dell'installazione per gli scimpanzé dello zoo di Lisbona.

Lisbona, aprile 1948

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